Le Tracce degli Dei
Leggere un libro di Mircea Eliade (o di Dumézil o di Kerenyi) è sempre un piacere. Scorrere un testo dove antiche radici e reminiscenze ancestrali personali più i frutti dei tanti viaggi si mescolano in un rinnovare delle coscienze, in una nuova e meravigliosa percezione della realtà.
In questo caso, tra le mani questo agile libretto, molti passaggi portano alla riflessione e al misurare le proprie esperienze con le righe e quanto c’è scritto.
Riporto subito questo passaggio:
“…in molti casi, le usanze e le credenze dei contadini europei sono la dimostrazione di uno stato culturale più arcaico di quello denunciato dalla mitologia della Grecia classica. È vero che la maggior parte delle popolazioni rurali dell’Europa sono state cristianizzate da oltre un millennio. Ma esse sono riuscite ad integrare nel loro cristianesimo gran parte della loro eredità religiosa precristiana antichissima…bisogna riconoscere che la loro religiosità non si limita alle forme storiche del cristianesimo, ma ha conservato una struttura cosmica quasi completamente priva dell’esperienza dei cristiani delle città…cristianizzandosi, gli agricoltori europei hanno trasferito nella nuova fede la religione cosmica che essi conservano dai tempi della preistoria…”
(Mircea Eliade, Il Sacro e il Profano, ed. Bollati Boringhieri p. 104)
La penetrazione del cristianesimo nelle campagne è stata molto frammentaria, difficoltosa. Già al tempo dei romani, fuori dalle città, le campagne e montagne avevano mantenuto i culti degli Dei originali dei loro popoli italici di appartenenza, senza riversarli in una delle divinità latine e greche. Una omologazione che praticheranno poi anche gli evangelizzatori. Questa evangelizzazione, spesso più che forzata, sostituisce con le immagini cristiane quelle pagane (neanche dappertutto, tra l’altro) ma non ci riesce dappertutto e spesso, in breve, l’antico riemerse.
La situazione: nelle campagne e montagne il cristianesimo era molto adattato e spesso gli stessi preti, nati e vissuti negli stessi luoghi in cui poi ufficiavano, erano imbevuti nelle credenze locali e celebravano un cristianesimo molto particolare.
Questo durò abbastanza tranquillamente (salvo estemporanee persecuzioni contro dissidenti più attivi o scioglimenti forzosi di gruppi mistici-pauperistici poco allineati) fino al Concilio di Trento dove si stabilirono varie norme di standardizzazione come le visite, la catechizzazione, i controlli; come doveva essere costruita, ornata e arredata una chiesa, eccetera, e si iniziò una sorveglianza capillare da parte dei vescovati di città.
Avendo letto, per motivi di studio e ricerca, diversi registri delle “Visite Pastorali” post-conciliari presso le pievi e le chiese fuori città delle diocesi in varie zone d’Italia, nel linguaggio standard di quei testi traspariva spesso lo sgomento e la reprimenda per cose “poco canoniche” che i padri visitatori trovavano: statue o altre immagini “equivoche”, arredi strani, disposizione dei locali non canoniche, riti arrangiati, preparazione dei sacerdoti piuttosto “fuori linea”. E questo anche in documenti scritti secoli dopo Trento.
D’altra parte, sempre nei miei viaggi, lontano o vicinissimo casa, ho appuntato nella memoria e con delle foto piccoli culti pagani in cappelle e edicole nei campi, in punti particolari dove la Natura è particolarmente espressiva, in momenti del ciclo annuale.
Poi, ovviamente, le feste patronali, dove gli Dei sorridono sotto le maschere dei santi e gli episodi di riemersione pagana, misticismo e sciamanesimo, sono palesi.
Ma voglio qui appuntare un'altra evidenza. Nei miei viaggi mi sono sempre addentrato nelle campagne e sono sempre molto attratto dalle chiese preromaniche e romaniche, soprattutto quelle più antiche.
Ora, quasi tutte queste chiese “campagnole” (tranne alcune estremamente “povere” che non hanno nessuna decorazione lapidea) riportano la presenza di figure tracciate a volta con una certa finezza, altre volte con semplici tratti, in bassorilievi sparsi, portali, mensole, capitelli, pulpiti. Queste figure ricorrono in serie. A volte si trovano dipinte, ma questo è più raro (il dipinto è più facile da cancellare o da ri-pitturare sopra).
Nelle città queste immagini sono rare, ma si trovano in modo esplicito a Pavia, Lucca, Otranto, Monreale, per fare un esempio. Più celate, disposte in modo difficile da osservare, ma sopravvissute, in altre.
L’elenco sarebbe lungo, ci sono dei veri e propri repertori locali, per esempio una o più valli con i loro monti, una terra tra due fiumi, un gruppo di paesi fino a poco tempo fa fuori dalle vie di comunicazione, per cui riassumo quelle che sono le figure più universali, facilmente ritrovabili:
- l’uomo verde;
- la sirena con due code;
- il drago serpentiforme e quello con un torace più marcato;
- l’uomo drago-serpente;
- Il Fiore Solare o la Stella a Otto Punte;
- le teste, singole o organizzate in gruppi.
Nelle mie visite sono stato spesso anche nei musei archeologici, negli antiquari cittadini, in quelli dei paesi piccoli e sparsi, spesso una stanza presso il municipio o uno spazio nella canonica. Nella somma di queste visite due fatti ho rilevato subito:
- il primo, che spesso dei lapidei con questi soggetti erano stati rimossi dalla loro collocazione, ma conservati da preti o da paesani, poi rifluiti nelle raccolte pubbliche. Di conseguenza la presenza di questi simboli in origine era molto maggiore di quanto appaia ora;
- il secondo, dato molte collezioni nei musei e antiquari comprendevano anche reperti dell’epoca precristiana, raffiguranti Dei, Demoni e Geni (intesa l’accezione pagana e non quella cristiana), ho constatato subito che tali divinità possedevano la stessa iconografia dei manufatti lapidei (o delle più rare pitture) delle chiese di cui parlo. Un esempio, non voglio dire tutto, il serpente-drago con busto umano che è l’immagine di un Dio fluviale.
Per cui questa popolazione di immagini lapidei su queste chiese “pagane” (nel senso di costruzioni presenti nei Vicus e Pagi, definizione romana rimasta anche dopo la caduta) era un richiamo rivolto alle persone che popolavano le circonvicine campagne: guardate qui c’è il divino, i vostri Dei sono ancora qua. Una rassicurazione, una continuità, un valore.
Nelle città che ho detto, a parte una sicura permanenza dei significati e delle credenze ancestrali, anche se adattate ai santi o viceversa, l’opera dei maestri lapicidi dimostra la loro provenienza da realtà extracittadine, i monti dove esistevano le cave e la loro sensibilità per quanto di meraviglioso e sovraumano percepivano nei boschi, nelle fonti, nelle rocce stesse.
L’opera del concilio di Trento e, infine, l’arrivo dell’industrializzazione portò uno scollamento, l’allontanamento di molta gente dalle campagne, l’annacquarsi della memoria, il celarsi delle conoscenze.
Nel frattempo, gli eruditi ecclesiastici avevano cercato di mistificare questi segni antichi dicendo che erano raffigurazioni di vizi e di presenze malvagie, moniti ai credenti. Spesso, nei secoli, l’hanno fatto.
Ma, camminando per i campi, “leggendo” le posizioni dei manufatti, i raggruppamenti, i significati antropologici e simbolici, le testimonianze prima del cristianesimo, studiando la storia delle religioni, l’architettura sacra e altro, quello che risulta è ben altro.
E, nascosto dietro la “spoglia” dell’immagine di un santo patrono, di una vergine-martire e altro, l’antico Dio (o Dea) strizza l’occhio e continua felice ad abitare i suoi luoghi.









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