Tra le Due Spade c’è il Punto
Conversazioni all’Ombra
Seconda: Il Randori e la Forma
Sempre la mia campagna siciliana in Estate, la Danza di Pan.
Dafne suona sempre, nel Pomeriggio del Fauno
Ancora allenamento in uno spiazzo tra alberi, di agrumi questa volta...
Allenamento sacrale, inchinandoci verso il punto dell’alba, accettando il meraviglioso.
Sempre la spada, prima... poi sempre mani nude e armi corte svolgendo gli stessi principi.
I partecipanti, il mio gruppo d’allievi dell’altra volta (Prima Parte) e io.
Conversazione all’ombra dopo l’allenamento.
Io: Facciamo innanzitutto un ricapitolo di oggi. Giacomo, dimmi tu!
Giacomo: Oggi abbiamo lavorato sul primo Kenjutsu Kata di Katori Shintō Ryū…
Io: E’ meglio se si dice sempre tutto il titolo completo di una scuola classica...si può omettere “ryū” quando nel discorso è chiaro che parliamo di scuole marziali. Le parole e i suoni hanno un potere.
Giacomo: Ok, abbiamo lavorato sul primo Kenjutsu Kata di Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū. Prima tutto intero come solito, poi a sequenze...e ne abbiamo fatte molte, ma mi pare di intuire che ce ne sono infinite…
Francesca: Poi abbiamo fatto degli esercizi di Randori, richiamando anche quegli scambi dei Kata di Katayama Ryū, Hōki Ryū, Yōseikan Budō e Kendō.
Io: Bene
Simone: Ma tu hai mai fatto Kendō?
Io: No, la disciplina no, ma alcuni passaggi del Kata si. In un lontano ma memorabile seminario di Yōseikan Budō, in una pausa tra gli allenamenti, furono mostrati a un gruppo tra cui c’ero io, da un collega che faceva aqnche Kendō a livelli più che buoni. Ritengo che le tre prime figure del Kendō no Kata, le più antiche, molto simboliche, siano molto interessanti per mostrare la deriva intellettualistica che colpì le Discipline Marziali dal primo Novecento in poi.
Cosa pensate del Randori?
Simone: Devo dire che non è facilissimo da inquadrare. Tu ci proponi degli esercizi che hanno solo una o più possibilità di svolgimento, per cui siamo limitati nelle azioni…
Io: In generale il Randori, nella interpretazione di Kanō sensei, è fondamentalmente un ambito di sperimentazione e studio. L’esercizio può essere estremamente elementare, spesso un solo attacco, una risposta, già fissati, ma poi procede con vincoli sempre minori fino a consentire tutto. Proprio “tutto”.
Secondo voi qual’è la differenza con i Kihon a due?
Simone: Nei Kihon a due facciamo le tecniche stabilite su una linea, anche se l’esecuzione può prevedere uscite. Tempo e distanza sono quelle accademiche previste. Nel Randori ci muoviamo liberamente e ritmo e distanza possono essere interpretate.
Io: Bene. L’importante è che l’attacco abbia la giusta intensità e miri a sorprendere l’altro. Niente vittime sacrificali. Il Randori è un campo di studi immenso, dove si deve “collaborare entro i termini” o “non collaborare affatto”.
Francesca: Dicevi che è stato il maestro Kanō ad aver codificato il Randori?
Io: Kanō sensei è stato un colosso nel campo dell’educazione e della formazione dell’individuo. E’ lui che ha modellato il “come-quando-perché” praticare le Discipline da Combattimento nel sistema sociale attuale. Ci sono stati altri personaggi, ma lui è stato quello che ha dato non solo la forma ma anche le motivazioni.
Il Randori era un esercizio già usato prima di lui con questo nome in alcune scuole e, con nomi diversi, in altre. Il senso principale che Kanō sensei istituì, è appunto quello di inserire le condizioni per “sperimentare” una tecnica o una tattica, o semplicemente una o più abilità (spostamenti, cadute, sottrarsi a prese, etc.). Una progressione fino ad una libertà totale.
Mochizuki sensei, sia Minoru che Hiroo, aggiunsero altre possibilità ricavate dalle loro esperienze in altre Discipline, sia Koryū che attuali. Nel caso di Hiroo sensei, anche da discipline occidentali.
Quinto: Nel caso di oggi, gli attacchi di Spada prima e a mani nude poi, erano prefissati mentre la difesa andava scelta tra quelle che avevi stabilito, che poi erano quelle fatti nei Kata.
Io: Questo tipo di Randori è un po’ più libero della prima rigorosa interpretazione combattiva del Kata o Kumikata che sia. In questo modo la tecnica si interiorizza e possono essere visti dei presunti punti forti o deboli.
Senza una forma di “Randori” non si riesce ad “entrare” veramente nella tecnica. Indirizza maggiormente il “modo” di fare Kihon e Kata.
Valeria: Ma come si conciliano le idee di Kanō sensei e quelle dei maestri del suo periodo e posteriori con le Koryū?
Io: Lo stemma della scuola Yōseikan è una ottima risposta. C’è il monte, il Fuji, che rappresenta l’inamovibile, l’Asse, le Leggi universali immutabili e i Principi (Ri) cosmici. Il Fiume, il flusso, rappresenta l’adattabilità, il sapere che scorre, si tramanda e si adatta, pur rimanendo la stessa acqua, accetta altri apporti, confluisce infine nella totalità, unendosi ad essa. Poi evapora e, nella sua nuova composizione, piove sulla montagna, attraversa la terra e ritorna alla sorgente per rialimentarla.
Valeria: Sempre opposti che si armonizzano…
Io: Sempre!
Per voler fare un altro esempio semplice. Il materiale di una Koryū rimane immutato e lo si tramanda “puro”, fermo restando che adattamenti piccoli e meno piccoli ci saranno sempre, in base alle modalità di trasmissione, al luogo di allenamento, alle caratteristiche fisiche e culturali di ciascuno. Ma occorre fare “studio ed esperimento” per capire “veramente” la tecnica.
Di conseguenza ogni Dōjō è uno studio, uno scriptorium di amanuensi che copiano i testi, un laboratorio di analisi, analogia e sperimentazioni, un’officina di realizzazioni.
Ogni Kata ha più strati che vanno esplorati man mano che ci si inoltra, il Randori aiuta a comprendere la forma e al di là della forma.
Paragonando scuole differenti, dapprima le differenze aiutano a capire le singolarità di ogni scuola. Poi, molto poi, ci si rende conto che non ci sono differenze.
Valeria: Come diceva quella scuola... Una volta ce lo hai detto...Mi è rimasto in testa: Diecimila Spade sono Una Spada, Una Spada è Diecimila Spade.
Io: Si, secondo il mito poi tutto si riassume nei gesti che gli Dei di Katori e Kashima fecero con le loro Spade per “pacificare” il Giappone.
Mario: Ho capito che su queste scuole antiche fino a poco fa non si sapeva molto, ora ce ne sono diverse che vengono praticate ufficialmente, non “belle gioie”, anche al di fuori del Giappone.
Io: Si, ma come sempre, come è giusto, anche se aumentano le notizie, il sapere tecnico e teorico, le storie corrette, ci si accorge sempre che molto altro si deve sapere…
C’è il quadro generale, per esempio. La cultura, le religioni, le correnti filosofiche e religiose, i costumi generali e le usanze regionali. Gli studiosi e le opere di riferimento e quale commento ad una determinata opera si è scelto o predilige il clan. La stessa etichetta cambia molto secondo i periodi, la corte imperiale, quella shōgunale, i potentati regionali, la loro posizione geografica nel territorio e… altro.
Occorre praticare. Il tema di fondo è “suburi”, ripetere, ripetere. Ma occorre che la ripetizione sia cosciente e fare delle “esplorazioni” nelle varie cose che “si sentono” mentre si ripete. Il Randori serve anche a “spezzare le fissità” che possono diventare una sterile prigione.
Valeria: Praticare, fare…
Io: Se fate siete! Ma “quanto” essere dipende dalla vostra capacità di esserlo. Questo richiama i ruoli nei Kumitachi Kata e la “Sensazione”.
Nel momento che si pratica, che si pratica correttamente, il “Tempo” esiste contemporaneamente in tutto il suo svolgersi. Allora siamo connessi, anzi “siamo” i Kirikomi, Tsukaite, Tori, secondo il caso, di Iizasa sensei, Katayama sensei, Hoshino sensei, Nakayama Hakudō sensei, Mochizuki sensei. O “siamo” loro stessi.
Valeria: Una possessione?
Io: I Kata contengono l’essenza del loro ideatore. E’ difficile spiegarlo… Un libro, prendete l’Iliade, “contiene” Omero. l’”Adorazione dell’Agnello Mistico” contiene i Van Eyck, l’”Inno alla Gioia” contiene Beethoven, San Pietro in Montorio contiene il Bramante. Se c’è la mente e lo spirito c’è anche il corpo.
Giacomo: Capisco. E’ una visione potente, inquietante ma stimolante.
Io: La pratica, la disciplina, contiene una successione di porte e di stanze. La pratica deve aiutare a ritrovare un contatto pre-linguistico con la realtà: quella che si definisce "natura originaria".
Anche qui le contrapposizioni: la Forma, Kihon e Kata, la Montagna Inamovibile; il Randori, il Fiume, l’adattamento e lo scorrimento. Gli opposti, alla fine, si armonizzano e anche si contraddicono: la Montagna “cammina” e l’acqua è “imperturbabile”.
Giacomo: Vorrei, ritornando alla conversazione fatta dopo l’allenamento della volta scorsa, che ci dettagliassi gli aspetti e contenuti di quella coppia di valori, il setsunintō e il katsujinken.
Io: Va bene, oltretutto può servire, oltre che richiamare quanto detto la volta scorsa.
Ricordate che parlavamo del Ryōken, le “Ambedue Spade” o la “Spada Doppia” facendo riferimento sia alla Spada Sacra, il Ken-Tsurugi a doppio filo come al Daishō, spada lunga e spada corta ad un solo taglio?
Non rispondete, è una domanda retorica.
Ogni spada (o filo) prende un ruolo, che può essere interpretato ed usato in modi diversi. Abbiamo la Spada Fisica, tecnica e uso pratico, la Spada Mentale che contiene sia gli aspetti teorici-strategici-tattici della scuola che i suoi principi che la padronanza di sé e dell’ambiente, giusto per riassumere al massimo.
Ognuna di queste “Spade” può avere, appunto, una interpretazione nel suo uso e la coppia setsunintō e katsujinken offrono alcune delle più conosciute ed equivocate.
Giacomo: Dicevi l’altra volta che la “Spada che Uccide” e la “Spada che salva la Vita” sono sbagliate come traduzioni?
Io: Si, occorre rendersi conto che quanto arriva a noi subisce dei passaggi “perturbanti”: c’è una prima traduzione tra giapponese antico e inglese, francese, altro. In genere le edizioni italiane sono poi ricavate da queste. A volte, c’è una prima traduzione tra giapponese antico e giapponese corrente, perchè ci sono molte differenze linguistiche. Per cui, anche a lavorare sulla traduzione in lingua europea ci si trova davanti a dei disallineamenti. Di conseguenza quelle che hai citato ora sono spesso traduzioni approssimative, fatte per superficialità o per estrarre dei contenuti che possano apparire rassicuranti, buonisti. E’ una tendenza idiota che molte persone inseguono per fornirsi una giustificazione, di iscriversi al partito dei pacifici, graziosi, altruisti, socialmente corretti ed allineati.
Nel polo del guerriero, secondo le varie tradizioni, c’è la disponibilità di “sporcarsi le mani”, accettare lo “squilibrio karmico” e anche di lottare contro gli Dei, se è necessario.
Tanto, come diceva Milton: “...meglio regnare all’Inferno...”
Giacomo: E qui si inseriscono queste due “Spade”, credo di capire…
Io: Tra le altre. Abbiate sempre ben presente che la Spada Materiale, tecnica, che opera fisicamente, in primis, è anche il “corpo fisico ineluttabile” senza il quale non può formarsi la “Spada Mente-Spirito”. Ma senza questa, la prima non si muove.
Quinto: L’equilibrio è fondamentale. Credo che ci sia una certa oscillazione dei valori tra le due?
Io: certo, a momenti potenzi, impari o perfezioni una cosa, poi cresce l’altra, e così via. Una bilancia a due piatti o un’altalena. L’equilibrio statico può essere dannoso, bisogna un po’ “evitare il doppio peso”.
Quello su cui insisto e che vi ripeto, è assolutamente sbagliato dare una preminenza a questa o a quella interpretazione che esprime una parte e la pretende come assoluto. Secondo me c’è stata una deviazione costante dell’interpretazione, iniziata colla pace del periodo Edo e poi via via peggiorata con la Restaurazione Meiji, il Modernismo occidentale, la sconfitta e la deriva pseudo-sportiva competitiva. Questa ricerca di “buoni sentimenti” e “espressioni empatiche” ha svalutato tutto il materiale tecnico così come gli effetti su mente e spirito, divenuti frutto di intellettualismi e elucubrazioni eccessive. Altro danno lo ha creato la ricerca eccessiva dell’estetismo: se una cosa funziona, è bella. Infiocchettarla è inutile. Infine la competizione per la vittoria “secondo regolamento” e per la gloria del riconoscimento uccide la verità, falsa le sensazioni.
Quinto: Kanō sensei, ci dicevi tempo fa, nella sua triade dell’educazione nel Budō metteva al primo posto il raggiungimento dell’efficenza nel contesto “attacco-difesa”. Vale dire l’efficenza.
Io: E Mochizuki sensei, padre e figlio, insistono sullo scopo di “essere forti”. L’efficacia reale di quanto si fa è un punto primario della conoscenza. Una volta si diceva che la tecnica deve essere “hitogiri”, deve “tagliare l’uomo”, avere validità assassina.
Francesca: Ma, oggi come oggi non è possibile uno scenario come quel tempo là.
Io: Ed è difficilissimo poter fare keiko con armi reali. Anche fare Tameshigiri, che dovrebbe essere un esercizio corrente, come andare al poligono per i tiratori.
Oggi conta molto l’aspetto Budō, di conseguenza si cerca di vedere cosa si riesce ad ottenere con i mezzi possibili in relazione delle capacità di ognuno. Anche le attrezzature che l’industria moderna può fornire. Diciamo che si fa una specie di analisi, occorre fare valutazioni in cui si tenga conto dell’equilibrio della posizione, della mente e della forza fisica. Spesso un movimento troppo elegante o asettico è maggiormente sbagliato di uno più ruspante e con energia fisica e mentale, anche con un po’ di eccesso.
Poi, ad un certo livello, ci deve essere la evidenza e la coscienza dell’efficacia.
Giacomo: Abbiamo scantonato…
Io: Già, torniamo a setsunintō e katsujinken.
Innanzitutto si tratta di interpretazioni che risalgono almeno al periodo dei Regni Combattenti in Cina, vale a dire al V/VI secolo aC, se non alla dinastia Zhou, il che antecederebbe il tutto all’XI secolo aC. Con l’arrivo sul campo delle spade in ferro, sia per la lavorazione tecnica che per le cerimonie esoteriche che accompagnavano la forgia, a queste vennero attribuiti poteri meravigliosi. Tra cui il fatto che un campione-spadaccino potesse effettuare dei tagli mortali che guarivano istantaneamente o che il Re in accordo con il “Mandato Celeste” potesse sconfiggere gli eserciti nemici semplicemente brandendo la Spada Sacra. Se vedete il film “Hero” potrete trovare diverse delle cose a cui faccio riferimento.
Possiamo, per capirci, fare un rapporto con il potere di “giustizia” del cavaliere medioevale, soprattutto quello raffigurato in epiche e racconti, in cui interveniva su male e bene.
Ecco, evitare ipocrisie, lo spadaccino valutava la situazione, già questo richiede un grande spirito d’analisi e un contemporaneo istinto empatico, così da decidere quale fosse l’azione giusta per il benessere della comunità. Agire o non agire.
Ora questo può applicarsi ad ognuna delle due spade, sostanziale e non sostanziale.
Francesca: Ma come può agire per “eliminare” una spada “non sostanziale”?
Io. Può convincere, creare una opposizione vincente o, anche, distruggere la mente dell’avversario.
Oppure rianimare un animo pavido o scoraggiato, dimostrare che esiste chi ti appoggia… spiegare una strategia vincente ad un gruppo. Mi fa pensare al personaggio di Mifune nel film Sanjūrō di Kurosawa.
Non c’è una differenza sostanziale tra “tagliare” e “riportare”, serve solo la corretta applicazione secondo i casi. Senza remore. Opposti che si armonizzano.
Mi pare che un’istruzione (kuden) reciti: “...una comprensione delle tecniche di taglio (satsu) e di riportare in vita (katsu) che lasci separate le due cose farà perdere l’unico sentiero...”
Mario: Ma non è un po’ didascalico, questo?
Io: Si, se prendi i testi come riferimenti assoluti. Devi comprenderli collocandoli sia all’ambito culturale in cui sono stati scritti, sia al tuo ambito culturale naturale.
Ci sono sempre riferimenti importanti che, se mancano, possono creare cattive interpretazioni.
Simone: Uff, sembra un piano di studi piuttosto ampio.
Io: Qualcuno deve farlo e l’istruttore è questo qualcuno, altrimenti l’informazione per gli allievi sarà zoppa.
Quinto: Mi fa piacere averti come istruttore ma, anche, ogni tanto ho paura…
Io: Perchè? Anche se credo di sapere il “perché?”
Quito: Perché ci fai vedere territori sconfinati da percorrere. Ma, credo tutti, siamo tutti affascinati dalla conoscenza.
Io. Non desidero molto altro da chi cammina con me!
Ci vedremo a giorni per il terzo allenamento a tema. Vi farò vedere come “tracciare” delle “porte”.
Per la verità le “tracciate” già, ma non ne siete consci e non sapete poi cosa fare…





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