Tra le Due Spade c’è il Punto

Conversazioni all’Ombra
Terza: La pratica valica il Corpo e la Mente verso la percezione del “Meraviglioso”
Lo Shintō, passare attraverso il Torii, nella vita e nella pratica marziale.
Questa volta non è solo campagna, anche se Pan danza…
Ai margini e fra gli alberi ci sono delle forme di pietra, affioramenti naturali qua e là “modellati” dall’uomo.
Segnano i cammini.
L’allenamento è sempre sacrale, inchinandoci verso il punto dell’alba, accettando il meraviglioso.
Spada e Corpo
Il mio gruppo d’allievi delle altre volte (Prima e Seconda parte) e io.
Conversazione all’ombra di una roccia dopo l’allenamento.
Io: Oggi abbiamo fatto prima Iai e Kenjutsu. Vi ho fatto allenare insistendo sulla cerimonia del Saluto alla Spada secondo le modalità delle scuole che pratichiamo. Nel Kenjutsu vi ho fatto vedere il saluto cerimoniale completo, compreso il saluto ai Kami che, stranamente, non viene praticato neanche negli enbu in Giappone. Nella fase a mani nude ho insistito con le azioni connesse al saluto in apertura e chiusura dei Kata di Yōseikan Budō. Vi ho fatto eseguire i Kata secondo delle direzioni cardinali. Ho sottolineato dei punti, delle direzioni e delle tecniche.
Come vi dissi l’altra volta, ci sono dei motivi in queste cose e sono importanti.
Francesca: L’inchino è un punto che contraddistingue le Arti Marziali giapponesi…
Simone: Ma anche i cinesi e altri popoli fanno il saluto all’inizio.
Giacomo: Anche nella scherma occidentale, nella pratica, una volta prima di passare alle armi nei duelli e, in tempi molto passati, anche prima delle battaglie.

Io: Movimenti diversi ma con fini simili. Prima di affrontare quello che abbiamo fatto, che è qualcosa un po’ diverso, chiariamo questo punto.
Chi mi sa dire?
Francesca: E’ un segno di rispetto!
Mario: E’ un segnale che si sta cominciando a fare qualcosa che richiede tutta la nostra attenzione!
Giacomo: In Giappone, in Oriente, offro la testa e, secondo le Scuole e la loro storia, guardo direttamente chi mi sta davanti o lo controllo con il campo visivo. Per questo mantengo sempre una certa distanza, però...
Simone: Nelle scuole storiche ci sono delle diversità su come impugnare l’arma al momento dell’inchino.
Francesca: Già, nel Katori Shintō Ryū l’arma è al fianco sinistro in una posizione adatta ad un uso immediato, nel Katayama Ryū è snudata a destra, nell’Hōki Ryū è in una posizione “di cortesia” a destra, non adatta, apparentemente ad un uso rapido, nello Yōseikan Budō, secondo i casi, troviamo ambedue le possibilità.
Io: Bene. Tutte le cose che dicono Francesca, Mario, Simone e Giacomo, per iniziare. Il “Rispetto” include il fatto che non ci siano né animosità, né altri sentimenti personali verso l’altro. Ognuno deve avere la piena consapevolezza del suo ruolo nell’esercizio e nella scala delle abilità.
Per Simone, ci sono retaggi culturali che mettono in evidenza delle cose. In Cina, per esempio, c’è il cosiddetto “saluto Shaolin” con la sinistra aperta a contatto colla destra chiusa in pugno. In realtà questo atteggiamento è un “mudra”, un sigillo magico-energetico che vuole formare un collegamento con la Dea Mārīcī, chiamata Marishiten in Giappone. Una protezione, un “caricamento” energetico e spirituale, un impegno a comportarsi in modo corretto, una indicazione Yin-Yang. Saluti complessi che vedete nella Thai Boxe o nel Kali, per esempio, hanno obiettivi simili.
Giacomo: Ma anche nello Yōseikan, nei Kata a mani nude, c’è questo gesto!
Io: Si, e il significato è quello che ho detto. Non sono riuscito a risalire con certezza alla sua origine, ma è quasi certo che derivi dalle esperienze cinesi di Minoru Mochizuki sensei e il suo incontro, sempre in Cina, con Kudaka sensei. Resta il fatto che testimonia una attenzione verso la Dea “della Luce che precede il Sole e la Luna”, patrona dei guerrieri, colei che dona la chiarezza della mente in battaglia e rende “opaco” il nostro agire all’avversario. Colei che cavalca il Cinghiale, la “scrofa terribile” dei popoli indoeuropei.
Giacomo: E’ un gesto magico?
Io: Un Mudra. Il suo valore si attua soprattutto se l’adepto effettua regolarmente delle operazioni religiose verso la Dea. Al momento dello scontro il gesto serve da “attivatore-catalizzatore” per validare quelle protezioni.
Detto così banalizzo un poco… Ne parleremo in modo più completo un’altra volta, per ora basta questa notizia.
Giacomo: Che è interessante, stimolante!
Io: Comunque c’è un senso Shintō, un senso buddista e un senso confuciano, nel gesto dell’inchino.
Ovviamente, nello Shintō, l’inchino fa parte delle prassi di purificazione. Quando ci si inchina fra di noi nello Shintō significa che ti purifichi prima di accostarti e dividere attività; nel buddismo proclami di avere intenti sinceri, ti spogli dell’Io, acquisti consapevolezza verso te stesso e quanto fai; nel confucianesimo esprimi rispetto ed umiltà, più il riconoscimento dei ruoli. E quest’ultimo punto si collega al ruolo di Uke/Ukedachi/Aite e Tori/Kirikomi/Tsukaite nei Kata, ai ruoli di senpai e kohai, al potere personale che vi ho detto.
Tra parentesi, oltre senpai e kohai, c’è un altro ruolo, il dōhai, chi ha tua pari anzianità nella pratica.
Secondo chi ci si trova davanti occorre adeguare la propria maniera di fare l’esercizio, secondo il tipo d’esercizio, sempre con il massimo e reciproco impegno.
Valeria: Così il saluto è importante per più cose di quanto credevo.
Io: Tutto è importante e bisogna sempre essere presenti. All’inizio questo è faticoso come una serie di esercizi fisici impegnativi, poi si riesce ad essere attenti senza “fissarsi”, ed è un passo verso la “mente vuota”, il “mushin”. Dico “mushin” perché è il modo di rappresentare il concetto più conosciuto, ma personalmente è una definizione che non mi soddisfa.
Valeria: Cosa preferisci?
Io: Ne parliamo un altra volta.
Francesca: Dicevi dei saluti cerimoniali alla Spada prima e dopo lo Iai, secondo le tre scuole, e il saluto cerimoniale ai Kami e tra Ukedachi e Kirikomi nel Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū prima e dopo i Kata.

Io: Si seguitemi prima…
Inquadriamo il sistema delle Arti Marziali giapponesi, ci sono, come nei Kata, diversi “strati” o “Livelli. Essi agiscono contemporaneamente secondo la concezione sincretistica sino-giapponese. Per cui troviamo una parte fisica che si basa su precise linee biomeccaniche per quanto riguarda gli schemi tecnici. Una parte mentale che si basa su testi di strategia di origine cinese in genere molto reinterpretati o riscritti dai giapponesi stessi sino a diventare, praticamente, qualcosa di nuovo. Lo dicono a volte apertamente, a volte tra le righe. Più degli aspetti di strutturazione-non-strutturale della stessa mente.
Queste due parti corrispondono alle “Due Spade” su cui abbiamo dibattuto.
Mario: Non possiamo dire che abbiamo tutto in mano, ma iniziamo a comprendere questi elementi.
Io: C’è il terzo livello, se disponiamo nello spazio le “due Spade” o lo Tsusugi, si formerà in mezzo alle prime o sopra la punta dell’altro una parte, la terza, che ricadrebbe nei termini Myōshin [妙心] o Mitama [御魂], secondo l’accento buddista esoterico-tantrico giapponese o lo Shintō.
Tutti e tre i punti creano un sistema di azioni e reazioni, armonizzazioni e disarmonie che sono “leggibili” attraverso il sistema Yin-Yang, detto in giapponese Onmyō o In-Yō.
Questo accade nella pratica. A volte le spade, la fisica e la mentale agiscono singolarmente, più spesso insieme. Se è corretto, il Mitama-no-Tsurugi permea l’ambiente.
Mario: E ci dicevi l’altra volta che i Kata Koryū si organizzano nella loro esecuzione secondo delle direzioni fondamentali che corrispondono o ai raggruppamenti In-Yō o ai patrocini e influenze di Kami o Bodhisattva.
Io: Esatto, proprio questo. I Kata di Katori e Kashima fanno riferimento a varie divinità sincretiche ma anche i Kata di altre discipline Koryū, quelli a “figure”, si organizzano in modo di seguire le linee di forza. Per esempio i Kata con cinque-sei figure hanno riferimenti con la Dea Marishiten, quelli ad Otto o Nove con l’Hakka-Bagua (ma anche Kami e Buddha), altri, che giocano sul Sette, si riferiscono a Hokuto, l’Orsa Maggiore e le divinità Myōken, Bishamoten e, ovviamente Marishiten. Anche i Kata con Dodici figure rientrano in queste concezioni.
Questi Kata del secondo tipo oggi vengono normalmente eseguiti su una linea, in realtà per ogni figura c’erano delle rotazioni o cambi di linea. In alcune scuole questa modalità viene spiegata dopo, in altre è sommersa.
Francesca: Sempre affascinante e sempre fa nascere molti interrogativi.
Io: Fondamentalmente occorre solo fare un po’ di studio e comprendere i principi del sistema Yang-Yin, che non è molto difficile e, una volta compresi i punti, è possibile analizzare anche strutture apparentemente complesse.
Mario: Non sono cose riconosciute dalla scienza…
Io: La scienza è sempre un qualcosa di provvisorio che deve sempre perfezionarsi. Comunque lo Yang-Yin è un sistema logico e intuitivo che spiega perché, come, dove e quando succedono le cose. Come diceva Ōtake sensei: “La scienza non riconosce questo sistema ma lui esiste, funziona da sempre e funzionerà per tutta la durata del tempo. Chi guarda le cose e il loro accadere vede che è evidente”.
Ma vorrei portavi su un’altro aspetto, “meraviglioso”, concentrandoci sulla “Terza Parte” che vi dicevo, precisamente sull’aspetto Shintō e sul “Tama” o “Mitama”.
Il primo punto è che lo Shintō oggi ci dà una strada, ci permette di riappropriarci di una cosa che religioni e ideologie da secoli sminuiscono o pervertono. La vita è un atto meraviglioso che va percorsa godendo della bellezza e maestosità della Natura, della Realtà visibile e invisibile ma percepibile. La vita non è un mero cammino per quanto c’è dopo la morte, non è una scena dove occorre mortificarsi o pentirsi, privarsi o negarsi cose che danno gioia.
Allo stesso tempo occorre essere equilibrati, sensibili al senso delle Cose, non abusare, non devastare, essere ai giusti ritmi.
Giacomo: Ho sentito che i giapponesi non considerano lo Shintō una religione.
Io: Loro vedono le religioni monoteistiche e le altre degli altri paesi, vedono che si basano su dottrina e credo, che loro non hanno, e non vogliono assolutamente esserne omologati.
Ma comunque “è”!
Questa visione del Mondo gioiosa, rispettosa, grata, si ritrova anche nelle nostre antiche religioni indoeuropee, che vedono il sacro nella Natura e in questa l’espressione e la presenza degli Dei. Anche Francesco d’Assisi ha questa visione del meraviglioso e della comunione/comunanza con la Natura, ma poi lui stesso si schiaccia nelle assurde mortificazioni e tutto l’apparato si proietta in quel regime di terrore e penitenza che è perdurato nei secoli.
Valeria: C’è questo aspetto della “gioia di vivere”…
Io: E’ la percezione di essere circondati da energia e dalla presenza del “santo”, i Kami, e dall’energia sacra meravigliosa che permane tutte le cose noi compresi. La percezione viene esaltata attraverso la “purificazione” di sé, che può avvenire attraverso vari atti che aiutano a stabilire questo stato che è quello proprio, primordiale, che è una attenzione, una disponibilità ricettiva, di stupirsi. Può essere fatto anche attraverso un autopercorso di consapevolezza ma, dato che non si fa distinzione tra corpo e spirito, l’azione materiale si accoppia con la disposizione mentale e così è efficace sul lato spirituale.
Simone: Come si lega con la pratica?
Io: Ci arriviamo. C’è questa percezione e ricerca del meraviglioso che è l’espressione del Tama e dei Kami. Qualsiasi cosa che si riesce a “guardare”, “vedere”, “sentire” può darci la meraviglia. Quella pietra, quel grande cespuglio, quegli alberi di limone accostati. E, mentre siamo disposti a sentire, sentiamo, e risuona con quelli il Tama che è in noi.
Poi ci sono posti più “forti” e altri deboli. Nel Giappone questi “posti forti” sono segnalati da grandi, tipiche porte. I Torii. Tutti voi li conoscete. Oppure sono cinte, recintate da grosse corde dette shimenawa. Ce n’è una anche al Dōjō. Marcano le zone, gli ambienti o i punti dove c’è questa santità, questo meraviglioso.
Allenandoci nella natura dovrebbe renderci più sensibili a questo, al Dōjō la “presenza” è il Kamidama.
Francesca: Come si lega con i saluti “speciali” che ci hai fatto fare e ci evidenziavi?
Io: La Disciplina Marziale nella creazione da parte di un Sōke è un percorso di purificazione, percezione e condivisione del meraviglioso, del maestoso, del sacro. L’opera dell’uomo il cui corpo/mentale/spirito, il kokoro, è unificato e puro (ha il makoto) è una espressione del sacro, è un condividere con i Kami l’espressione del Tama.
Possiamo magnificare la nostra vita in Terra, sentendoci parte di essa, tra lei e il Cielo, accomunati con ciò che circonda, realizzando il Jita Kyōei (mutua prosperità della comunità intesa come insieme di uomini, ambiente, natura) e più, molto di più.
La Spada è legata a noi, diviene una proiezione del nostro Tama/Kami e, essendo con noi e contemporaneamente fuori di noi, si mantiene più pura, non essendo oscurata dalla polvere della “vita subita” che ci capita nella quotidianità.
Francesca: per cui, effettuando quel “saluto alla spada” ci purifichiamo e ci leghiamo ad essa per raggiungere uno stato speciale attraverso la pratica?

Io: Si. Ma anche altro: sia nel saluto alla spada, sia con quel saluto particolare che si fa prima dei Kata a mani nude dello Yōseikan, noi “tracciamo” un Torii e “entriamo” nello spazio dove il Tama è più forte, maestoso.
Come dicevano le poesie dei maestri come Yamaoka, Morihei Ueshiba, gli shihan delle Koryū, le tecniche “meravigliose” ci portano “a realizzarci”. A “essere”.
Simone: E’ un discorso che mi coinvolge. Ma non è troppo mistico?
Io: Le Discipline Marziali o anche l’”osso” del praticare ikebana, cerimonia del tè, teatro, calligrafia, pittura sono principalmente concrete. Dalla bokkenata che sibila verso la tua testa o al polso, al rastrellare ed innaffiare un giardino, preparare gli oggetti e la stanza per il tè, i pennelli, la carta, l’inchiostro… Sono tutte operazioni molto materiali che ti legano al “fisico”. Senza questo la mente parte in speculazioni e, buttandoti nella ricerca del meraviglioso ti impantani nello stucchevole o, appunto, in un misticismo rarefatto e autoreferenziale.
Per questo si dovrebbe lavorare con armi vere, con una cadenza temporale. Nello Iai, per esempio, se sbagli a sfoderare o rinfoderare, ti ferisci.
Dobbiamo realizzare noi che siamo “nelle cose del Mondo”, non astratti, non in una bolla spirituale o mentale, ma nell’integrità del nostro essere. Nel nostro caso con il Bugei, il Marziale, grazie all’opera grandiosa dei maestri fondatori.
Siamo nell’Essere, uniti ma non stravolti, “noi” in piena coscienza, nella Coscienza.
Valeria: Dunque il lato spirituale non è un “lato spirituale” come si intende, in genere.
Io: E’ ancorato al fisico e al mentale. Noi tendiamo a scindere analiticamente quelle che ci paiono componenti diverse del nostro corpo. Dobbiamo ri-assumere anche un concetto analogico che unisca sia le parti, sia quanto ci circonda. D’altra parte questo era un modo di pensare anche della nostra cultura poi vessato da varie dottrine.
Giacomo: Ma i Kata delle Discipline Marziali contemporanee come si collocano?
Io: I riferimenti ci sono sempre. Nel Jūdō, per esempio, sia nella tavola tecnica che in alcuni Kata, si vede. Il fatto è che i maestri giapponesi spesso non ritengono che a noi occidentali queste cose interessino o si adattino. In realtà sì, e ci aiutano a riscoprire il nostro patrimonio.
Alcuni stanno cambiando parere, in questi ultimi tempi.
Francesca: E noi siamo qua per fare...
Io: Si.
Ora è tempo di interrompere. Vi lascio questo tempo d’estate per maturare e “digerire”.
Non mettetevi solo a pensare senza fare, cadreste in un errore. Praticate delle tecniche e “sentitevi” nelle tecniche, in voi e nell’ambiente in cui siete.
Ci rivedremo comunque presto.


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