Più si studia e meno si sa? Ma se non si studia non si sa.


Pratico Arti Marziali da più di sessant’anni, ormai, da quel lontano inizio da ragazzino, facendo scherma occidentale di Fioretto (fu di un solo anno di quella pratica). Devo dire che di questa pratica mi sono rimaste molte cose, che ci stanno o a volte riemergono, non solo di schemi fisici ma anche riguardo alla sfera mentale, una vera conferma della integrazione corpo-mente, relitta nell’Occidente contemporaneo e ancora fondamentale nell’Oriente.
Seguì il Jūdō.
Come la maggior parte di chi inizia a praticare una disciplina, a frequentare un “ambiente culturale”, allora avevo delle idee, delle percezioni, ma poche cognizioni (in compenso diverse intuizioni, alcune non consce, poi rivelatesi esatte). E sentivo molte “storie” poi ai fatti fasulle o imprecise.
Negli anni mi sono sempre voluto informare e approfondire. Non è un percorso facile perché l’approssimazione circola veramente bene anche tra i ritenuti “maestri” e molti in ruoli di spicco si disinteressano di approfondire. Spesso lo stesso concetto di “aprire un libro” o/e “informarsi” a loro dà fastidio. Quello che “sanno” (?!) per loro basta e avanza. Negano quanto non ci rientra.
Io, invece, cerco di ampliare il più possibile gli orizzonti e inseguo l’antico, direi ancestrale principio che spada e libro vanno insieme, un argomento-comando stabilito sin dei mitici imperatori-Dei dei millenni all’origine del Mito e ripetuto dagli studiosi e dai militari sin ai nostri tempi.
La conoscenza è sempre un intreccio tra il corpo e la mente, che stimola e attiva il terzo punto, lo Spirito (qualsiasi cosa si possa credere che sia).
[Mentre sto scrivendo queste righe in parallelo sto consultando/trascrivendo un testo su questi temi in inglese e, ancora, ho trovato altri due importanti altri libri e ci sto prendendo appunti. La ricerca è un fiume che scorre sempre].


Oriente ed Occidente
Un punto che mi è stato chiaro da sempre ma che sto focalizzando sempre meglio è quello che il sapere acquisito che si ottiene dall’Oriente deve essere sempre misurato con il sapere nostro nativo dell’Occidente. Il fondo delle Cose è sempre omologo, ovunque. Dobbiamo trovare proprio quella omogeneità che ci riguarda. Nel caso delle Arti Marziali orientali, soprattutto giapponesi, esse non hanno subito la massiccia cancellazione data dal meccanizzarsi della guerra, cosa da noi iniziata secoli prima. Parimenti, l’invasione della visione sportiva e agonistica che hanno deformato le nostre discipline di combattimento disarmato e armato, oltre a essere anch’essa successiva, ha lasciato là grandi isole di regime tradizionale non corrotte.
Così, nel mio caso, attraverso il Bugei e la cultura giapponese, effettuo un recupero di molte zone spesso neglette della cultura occidentale generale e specifica, riscoprendole e/o riformandole. Di ritorno, questa azione mi permette di comprendere meglio la materia orientale illuminando degli angoli non percorsi, non percepiti prima.
La deformazione dei tempi contemporanei
La convinzione che “moderno è meglio” e che c’è il “progresso”, rispetto un passato considerato oscuro, sostiene una forte corrente quantitativa/muscolare che pretende in modo ossessionante l’assoluta preminenza del lavoro fisico, presunzione sorretta spesso da teoremi scientifici e dalle “ultime scoperte della scienza dello sport” (che, nella mia lunga pratica ho visto spesso tali scoperte e protocolli venir contraddetti da ulteriori scoperte, tutte mirabolanti, dopo poco tempo. Il sistema delle “pubblicazioni e revisioni” spesso è fasullo, fraudolento, e inganna). Sia chiaro: il lavoro di potenziamento fisico è importante ma va visto come un tassello che fa parte di una composizione di studio e metodologia di pratica più ampia. I sistemi tradizionali storici hanno molti punti solidi ancora insuperati e maggiormente adatti allo sviluppo. Va chiarito bene cosa facciamo, perché lo facciamo e come lo facciamo.
Se parliamo di fare uno sport, il fatto di allenarsi a tecniche di combattimento diventa fondamentalmente vincere o ben figurare in un contesto di gare agonistiche. Non è molto diverso dal giocare al calcio o a tennis. La gara esce dall’impegno del duello, della difesa da una aggressione (o dal fare un’aggressione) e dal combattimento bellico. Suo scopo originale dovrebbe essere quello di un possibile banco di prova per il funzionamento di una tecnica (o di una tattica). Altro possibile scopo: fare esperienza dei vari modi di condurre la contesa da parte di più individualità che troviamo come avversari. La vittoria dà un dato a cui bisogna stare attenti a considerarlo solo positivo e se è lecito divertirsi con le vittorie occorre non renderle obiettivi primari.
La ritrosia di Kanō sensei, che va considerato come il maggior teorico educativo e filosofo delle Arti Marziali contemporanee, verso il modello olimpico (che riteneva non si fosse ancora perfezionato nei suoi anni ‘30 in quanto non aveva raggiunto lo "spirito originario" dei greci antichi) dovrebbe essere un indizio e modello di interpretazione per tutte le Arti Marziali nei riguardi dello sport soprattutto agonistico.
Se parliamo di Difesa Personale, il fatto di motivare ed impiegare l’allenamento, lo studio, solo verso questo fine comporta una visione che non progredisce. L’atto dello scontro non è un’isola, bensì un punto situato su una retta infinita o un piano senza limiti. Occorre comprendere il “luogo” per arrivare ad una conoscenza, le Tre Conoscenze che teorizzava Sun Tzu. Il combattimento è qualcosa di più dello scontro, è tutto ciò che è vita e comprensione dell’Armonia come superamento degli Opposti per la Complementarità.
Questa è l’Arte Marziale nel senso di “metodo” che “conduce” verso una “comprensione” che rende fruttifero il “Passaggio”.
Il Cammino del Viandante Marziale
Sia in Occidente che in Oriente chi aveva la caratteristica di “essere guerriero” affrontando lo studio si rendeva conto che la Scherma, armati di qualsiasi arma o a mani nude, rendeva capaci di “sentire” delle forze e stabilire un contatto. È una conoscenza Triplice ed enfatica, particolare, un cammino riservato. Qualsiasi cosa si creda o non si creda, porta ad una Meta, progressiva, vita per vita.
La nostra coscienza agisce sui livelli di conoscenza (tre in una: corporea-mentale-spirituale) attraverso il “se stesso completo” corpo ed è parallela alla coscienza che assumiamo come elemento costitutivo dell’universo.
Quando leggiamo i trattati di Marozzo e Manciolino ci sembra che questi autori argomentino solo su schemi di abilità corporea e talento. Quando leggiamo i testi delle scuole giapponesi spesso sembra un discorso molto metafisico. In realtà gli uni “nascondono” (non direi proprio “nascondere”, ma diciamo che porgono delle cose opposte dietro le parole) la mente, gli altri l’azione. Anche i maestri di scherma occidentali erano persone di cultura e di etica. Incrociarli svela molte cose e porta avanti la conoscenza e, ancora una volta, si viene a concordare sul principio: “Una Spada è Diecimila Spade, Diecimila Spade sono Una Spada” che Minoru Mochizuki sensei ha raccomandato, proponendo di raggiungere attraverso “Spade Diverse” il “Mitama no Tsurugi” supremo universale e il “Bugei che non può essere descritto”.

Considerazioni di Momentanea Chiusura.
Torniamo ai libri che sto leggendo-studiando-consultando in questi giorni. Alcuni mi fanno dannare per le potenzialità che non raggiungono, altri per le “porte” che suggeriscono, ma che sono difficilissime da trovare, figuriamoci d’aprire.
Poi mi danno perché autori e colleghi non riescono ad avere la “visione globale”, quella che auspicava Peter O’Toole in “Dr.Creator”.
Lasciano buchi perché non provano ad uscire dai loro passi.
Vabbé…
Ci tornerò…

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