Dialoghi sui massimi sistemi delle Arti Marziali
Yōseikan e altre.
Terza Conversazione: La Montagna e il Fiume
Personaggi
Donn: Donn F. Draeger
Kanō sensei: Jigorō Kanō sensei, creatore del Kōdōkan Jūdō
Giacomo: Famosi “Giacomo” storici e leggendari
Takezo: Myamoto Musashi
IO: Ohayō Gozaimasu a tutti! Eccoci qui di nuovo
KANŌ SENSEI, DONN, TAKEZO, GIACOMO: Ohayō Gozaimasu
IO: ho fatto portare i cappuccini e i cornetti per tutti i presenti, possiamo far colazione mentre iniziamo il nostro dialogo…
KANŌ SENSEI: Ah, Adriano san, come amo queste piccole abitudini di voi italiani. Che poi piccole non sono, esprimono capacità di assaporare momenti, cura di se stessi e degli ospiti, piacere nel fare bene le cose. Trovo che sono attitudini molto “giapponesi”.
DONN: Molto meglio dei boccali di caffè lungo americano. Certo, un po’ più di sostanza non guasterebbe, salsiccia, uova, bacon, sanguinaccio, ma trovo anch’io che la vostra sia un modo per iniziare in modo quieto e dolce una giornata!
GIACOMO: Ricordo le prime caffetterie e cioccolaterie per i calli di Venezia. Ma adesso ci siamo molto perfezionati.
TAKEZO: Il piacere principale è di essere qui riuniti e di poter discutere. Ma ora che ho raggiunto il Vuoto posso dire che apprezzare queste gentilezze è molto piacevole. Basta non esserne condizionati.
IO: Oggi vorrei parlare di Scuole e Principi, simboli e stemmi. Queste prime conversazioni che stiamo conducendo vogliono discutere e spiegare le basi culturali e pratiche delle Arti Marziali giapponesi e tracciare i rapporti con quelle degli altri paesi, incluso l’Occidente. Kanō sensei, credo che sia il più indicato a parlare di “scuola”.
KANŌ SENSEI: L’idea di scuola che preferisco è quella di un gruppo di persone che si riuniscono spontaneamente attorno una persona di cui riconoscono una competenza superiore per ricevere un insegnamento. Come spesso è stato scritto in più testi, si crea un patto bilaterale sullo scambio insegnamento-apprendimento tra docente e studente. Che non è un flusso a senso unico ma quello da parte dell’insegnante è quello primario e più abbondante.
La scuola ha un obiettivo che realizza attraverso un programma che, a sua volta, si basa sulle conoscenze ed esperienze dell’insegnante. Le dinamiche che si formano sono multiple e ogni scuola può affrontarle a modo suo. Però è fondamentale che vengano rispettati i principi e i punti ritenuti fondamentali dall’istruttore.
Nel caso di una scuola di Arti Marziali che continua nel tempo, ci sono due modelli di direzione didattica e tecnica: o il successore è in un qualche modo imparentato col predecessore e/o scelto precisamente da lui, o viene eletto dal gruppo degli studenti più anziani e vicini al caposcuola. Il primo metodo garantisce una maggiore conformità alla linea originaria.
Non insisterò mai abbastanza sulla necessità che quello che è il “corpus” iniziale e costitutivo di una scuola venga rispettato. Non si tratta di aspetti che possono cambiare nel tempo.
Donn san, Adriano san, che ne pensate?
IO: Vuoi iniziare tu, Donn san?
DONN: Si, grazie. Se Jigorō sama mi permette il paragone, vorrei fare un parallelo tra il Katori Shintō Ryū, una Koryū, e il Jūdō, che è un Budō moderno, distinguendo tra il suo e quello che è oggi.
KANŌ SENSEI: Prego, Donn san, fai pure!
DONN: Molti ritengono che il fondatore del Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū, Iizasa Ienao sama, sia stato colui che per primo aprì una scuola per insegnare a chiunque venisse a chiedere l’istruzione e che prevedeva più allievi che agivano e ricevevano istruzione contemporaneamente, interagendo anche fra di loro. Vale a dire il Dōjō come è oggi. Probabilmente Iizasa sensei si ispirò alle scuole del buddhismo esoterico di cui lui stesso era seguace. Pur non essendoci ancora una prova certa, credo che questo sia vero, dato che il sistema che sappiamo fin allora seguito prevedeva che il maestro avesse un solo allievo da lui scelto.
Il concetto delle scuole antiche è che il fondatore, già combattente rinomato e riconosciuto come tecnicamente e mentalmente superiore, ricevesse attraverso un’ascesi o un episodio particolare una concessione noumenica che gli dava accesso ad una conoscenza sovraumana. Conoscenza che riversava e “nascondeva” nella sua scuola dando la possibilità, attraverso l’istruzione, di raggiungere uno stato simile al suo.
Nel caso di Jigorō sama l’illuminazione è arrivata attraverso la scoperta-riscoperta del “Kuzushi” che ha catalizzato tutti gli studi teorici e tecnici fin lì fatti da lui. Una cosa simile credo che sia stato per Hiroo Mochizuki sensei, nella visione dell’Onda-Shock. È così anche secondo te, Adriano san?
IO: Si, diciamo di sì.
DONN: In ambedue i casi, antico e moderno, abbiamo un nucleo di istruzioni, principi, heihō, waza che sono fondamentali. Nel primo caso l’istruzione viene sublimata dal fatto sciamanico, nel secondo caso viene controllata continuamente da alcuni punti perno e motivanti: nel caso del Jūdō le “Tre Fasi”, il Jita Kyōei e il Sen Ryoku Zen’yō.
Nel fluire dei secoli nella scuola antica ci sono stati sicuramente adattamenti e modifiche, ma tutti sono stati fatti tenendo ben in testa il nucleo fondante e la dottrina della scuola.
Nella scuola “moderna” molti “successori” di Kanō sensei hanno portato delle modifiche sia nella parte teorica che nelle tecniche e soprattutto nella “gara” che hanno allontanato la disciplina dai suoi principi fondanti.
Apparentemente queste ultime possono sembrare azioni di successo se si vede solo l’aspetto quantitativo, in realtà trasformano la disciplina in una parzializzazione della stessa e ne mistificano la trasmissione. È una cosa che succede spesso in questi tempi moderni: la smania per una supposta “evoluzione” produce superficialità.
È un arbitrio: privi chi ti segue di accedere all’interezza dell’insegnamento originario vincolandolo alla tua personale e ridotta parte.
TAKEZO: Io sono stato praticamente un “anti-scuola” insegnando all’antica, un solo discepolo per zona e per volta, per la maggior parte della mia vita. Solo alla fine, stabilito là a Kumamoto, accettato più allievi. Comunque pochi, sono sempre convinto che sia difficile trasmettere in modo integrale a più persone. Ma io trasmettevo anche l’idea di una pratica spietata e questo altri Maestri sono riusciti a stemperarlo. Forse, se avessi vissuto di più, come Iizasa sensei, avrei maturato allora una umanità più oggettiva. Delle due spade, forse una è rimasta più corta.
IO: Penso che ritorneremo su questi temi quando parleremo di Combattimento, Gare e Kata.
Vorrei attirare l’attenzione sul simbolo del Kōdōkan Jūdō e sull’ideogramma “JŪ”. Kanō sensei sceglie il fiore di ciliegio come simbolo della scuola. Va posta l’attenzione su questo fatto. Kanō sensei, puoi parlare della tua scelta?
KANŌ SENSEI: Nonostante il periodo in cui ci fu la gestazione di quello che sarà il mio Jūdō, in cui c’era sia dall’interno che dall’esterno una fortissima pressione perché il Giappone si occidentalizzasse completamente, nonostante la cattiva nomea che il Jū Jutsu si era fatto a Tōkyō per colpa di alcuni maestri, nonostante i cattivi sentimenti verso la classe dei Samurai che molti condividevano, per mia mentalità e formazione ritenevo che l’aggancio con la storia e grandi valori del passato fosse una cosa doppiamente doverosa.
IO: Sensei, perché “doppiamente”?
KANŌ SENSEI: Un motivo era ed è il nostro patrimonio culturale, unico e prezioso, l’altro proprio il pericolo che i tempi e l’occidentalizzazione li snaturassero o cancellassero. A parte la mia formazione fin dall’infanzia sui classici e sulla filosofia cino-giapponese, furono proprio miei insegnanti o amici occidentali, tra cui il professor Fenollosa e il caro Lafcadio Hearn, a farmi maggiormente capire ed apprezzare le mie radici.
Per cui il simbolo che scelsi, il fiore di ciliegio, richiamava la poesia del nostro paese e il cuore del significato dell’ “essere Samurai”, tra cui disciplina, senso del dovere e del paese, spirito di autosacrificio e servizio della società, ricerca della perfezione individuale, capacità e volontà di studio.
Per quanto riguarda il nome che scelsi, “Jūdō”. Del Dō” abbiamo già parlato nella scorsa conversazione. Per il “Jū”, innanzitutto, volevo fare un richiamo alla storia e alle scuole di Jū Jutsu ma, contemporaneamente, volevo segnare una differenza intesa come proclamazione che adesso si trattava di una disciplina educativa e formativa del corpo e della mente per il progresso dell’individuo nella società e della società grazie all’individuo.
Poi, il concetto del “JŪ” [柔] esprime da sempre l’importanza che ha un animo non rigido, non basato sul predominio quantitativo, disposto ad affrontare con intelligenza e grazie ai suoi studi ogni situazione. Pensavo che questo fosse il primo messaggio da dare.
Sul I Ching, uno dei “Cinque Classici” base dell’istruzione in Cina e in Giappone per millenni, più volte è espresso il potere del “Jū”. Cito, per esempio: “…Il Cielo è nobile, la Terra è vile e l'universo è fisso. Movimento e immobilità esistono, e durezza e morbidezza sono inseparabili. Così, durezza e morbidezza interagiscono l'una contro l'altra, e da questo gli Otto Trigrammi si accoppiano e mutano…”.
Ci sono, però, delle vulnerabilità dovute che istruttori ed allievi che hanno studiato male, e anche un po’, purtroppo, i fatti della mia vita, che hanno creato una parzializzazione dei principi e dei concetti del Jū. Altro fatto la difficoltà di tradurre il significato di un ideogramma in una lingua occidentale.
Partiamo da questo ultimo punto. L’ideogramma esprime un concetto principale e alcuni di contorno. La traduzione in una parola secca non è assolutamente corretta. Per cui Jū non è “morbido”, “cedevole”, “gentile” e altro. È una somma di cose che, in modo comunque insufficiente, possiamo definire una forza che su una azione si adatta, guida, aderisce, per poi mutare nel suo opposto. Non esiste “Jū” senza “Gō”, e viceversa. Esattamente, nello stesso modo e meccanismo, non c’è Aiki senza Kiai. È strano come la maggior parte dei nostri discendenti, miei e di Ueshiba sensei, per calcolo o ignoranza, sconosca questo fatto.
Certo, anch’io ho un po’ di colpa, perché non completai mai il “Gō no Kata”, che era pure essenziale. Trovavo più difficile riuscire a definire il “Gō” e, in parte, lo ritenevo un dato nascosto da scoprire. Così come il Kiai per l’Aikidō. Questa mancanza ha creato molti problemi per queste due discipline.
IO: Però Minoru Mochizuki sensei e altri di quella generazione di allievi di Ueshiba sensei ne parlano, di Aiki e Kiai, così come quella generazione di suoi allievi, sensei. E insistono molto sull’Atemi. Poi, nella diffusione e nella ricerca di mercati, questi concetti si sono persi.
KANŌ SENSEI: Già. Non posso che sperare che, prima o poi, qualcuno venga a “risciacquar i panni” nei principi originali delle due discipline.
DONN: Vorrei parlare del termine Ryū [流] che definisce una scuola o una disciplina. Come sappiamo il significato dell’ideogramma non è affatto né scuola, né disciplina. Significa “flusso”, in genere visualizzato come un corso d’acqua che percorre vari territori. L’acqua può scorrere più veloce o più lenta, avere rapide e cascate oppure aprirsi in uno specchio d’acqua, impaludarsi e creare acquitrini, seccarsi o essere copiosa, ricevere affluenti o, a sua volta, alimentare un altro fiume.
Sono le proprietà, capacità e rischi di una scuola, nel suo attraversare i tempi e gli ambienti, nel succedersi di caposcuola, maestri, allievi. È adattarsi ai cambiamenti, sfruttarli, e anche travolgere gli ostacoli o, lentamente, modificare un alveo o “consumare” l’impedimento.
Per cui un Ryū è una struttura in evoluzione e continuo mutamento ma, attenzione, l’acqua preponderante è sempre quella della sorgente originaria, anche se arricchita forse da piogge e affluenti.
GIACOMO: Anche in Occidente esiste l’esempio del fiume, che esprime in genere la continuità di una stirpe o di una idea e le definizioni “fiume nascosto” o “fiume sotterraneo” dicono che famiglie e idee possono sembrare estinte o sparite, in realtà si celano sotto la Terra per poi riemergere maggiormente vitali e copiose.
IO: Lo stemma dello Yōseikan nella sua evoluzione e nelle sue versioni attuali è un preciso insegnamento universale. All’inizio Minoru sensei compone una raffigurazione del Monte Fuji, l’ideogramma “Jū”, quelli di Shizuoka e quelli dello Yōseikan (di cui ci sarà da parlare, un’altra volta), c’è anche il motivo del cerchio interrotto. La montagna esprime il suo “Dō” come ascensione verso Dō/Tao celeste.
In un’altra versione, il Fuji è interamente all’interno del contorno di un fiore di ciliegio. È lo stemma che appare nei diplomi.
Il Fuji è un riferimento generale al Giappone e alla sua cultura e, nel particolare, la sua vista dalla città avita di Shizuoka più un riferimento alla cultura del clan Takeda.
Con l’ultimo spostamento del suo Dōjō nella città, Mochizuki sensei ebbe anche la veduta sul fiume Abe e così aggiunse il fiume alla montagna. Si tratta di quel segno sinuoso, a volte sembra un’ansa, che si vede nei simboli.
La montagna viene così a simboleggiare, oltre il Monte Meru asse del Mondo e sede degli Dei, i principi eterni, assiali, immutabili. Il fiume raffigura lo scorrere delle generazioni, l’adattabilità, la mutazione. Ma, attenzione, il fiume scaturisce da una fonte sulla montagna, vale a dire che è generato dai principi eterni e scorre grazie alla pendenza, altrimenti sarebbe un lago fisso in un posto o, peggio, una palude.
Credo che i punti espressi da questa simbologia siano chiarissimi e di guida.
Poi, nelle prime versioni nel simbolo appare l’ideogramma “Jū”, a confermare il legame tra Minoru sensei e il suo principale maestro, Kanō sensei, col suo insegnamento.
La versione attuale pare raffigurare un grande sole alle spalle del monte. Raffigura sia l’aria che il fuoco, mentre il monte raffigura la terra e il blu sotto l’acqua, che fa pensare anche ad una grande onda. Il quinto elemento, il Vuoto, sarebbe rappresentato dal cerchio che forma il contorno del simbolo.
Ci sarebbe anche un’allusione generale allo stendardo dei Takeda, il “Furinkazan” (Vento, foresta, fuoco e montagna).
Tornando al simbolo, montagna e vuoto, così si forma un'altra figura, quella del triangolo nel cerchio.
GIACOMO: Il triangolo nel cerchio è un simbolo preciso universale. Ci sarebbe da leggere o rileggere Guenon per fare un po’ di cultura…
IO: Si! Nel tempo, a volte, nel simbolo è comparso l’ideogramma “Bu”, di cui abbiamo parlato. Secondo me, per quello che rappresenta, andava e va mantenuto. Alcuni gruppi Yōseikan hanno tenuto l’ideogramma “Jū”, e anche questo ha significati ed è valido.
GIACOMO: C’è la questione della montagna e del cerchio, in alcuni stemmi la montagna interrompe il cerchio, in altri no. Nel simboleggiare una possibile ascesa dell’uomo-praticante verso l’empireo, la montagna assume anche il significato di luogo oscuro, di potenze che ostacolano l’ascesa, dell’inviolabilità del luogo dove vivono gli Dei. Ma, nella dinamica degli opposti, anche la solitudine della ricerca, la disponibilità all’ascesi e al sacrificio, il richiamo delle Divinità ad ascendere ad uno stato superiore, l’individuazione della vetta raggiunta come luogo di conversazione col Divino.
IO: Seguendo sia la Tradizione giapponese che quella europea, anche se quanto sto per affermare fa un po’ a pugni con l’italiano, io penso che esistano vari gradi di “Perfezione” e che alcuni uomini possono raggiungere dei gradi di questa perfezione in vita, fino ad arrivare a degli stati che possiamo chiamare di “santi” o “bodhisattva” o altro. Il termine “meijin” attribuito ad alcuni maestri è un buon esempio.
Per cui non sono tanto convinto sull’interruzione del cerchio. Ci sono altre sfumature, ma mi fermo qua.
Vorrei che non si parlasse con leggerezza di queste cose, come spesso sento, anche da esponenti della scuola. I simboli parlano direttamente all’essere più profondo ma devono essere percorsi dal ragionamento, dall’intuizione e causare piccole illuminazioni, “satori”, che migliorano l’essere e la pratica. Ognuno dei punti che abbiamo citato è una partenza per un’esplorazione lunga e profonda.
Alcuni parlano di “filosofia” racchiusa nello stemma. Non penso sia filosofia, piuttosto è una “dottrina”.
DONN: Nelle Koryū a volte abbiamo di questi segni-simboli, a volte no. O non sono conosciuti e solo pochi tra gli adepti ne hanno accesso. Nel Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū l’unica simbologia è un riferimento al Bambù Nano, che non spiegherò. Peraltro c’è un “gioco” con il cognome dei sōke, Iizasa, che è un cognome preso dal luogo dove si era stabilita la famiglia. A sua volta in riferimento ad un altro tipo di bambù, un bambù di tipo pregiato, usato in falegnameria.
KANŌ SENSEI: I simboli possono mostrarsi anche attraverso altre cose. Prendiamo i Keikogi. In origine non vi erano divise, ci si allenava con i propri abiti, magari usando quelli da lavoro. L’adozione della divisa bianca nel Jūdō era principalmente per un motivo pratico di avere un indumento robusto e adatto all’esercizio con rinforzi e trapuntature. Il colore bianco esprime purezza d’intenti, volontà di ferro e applicazione. Inoltre richiede che sia tenuto un impeccabile igiene. Altre discipline, come il Karate, mi hanno imitato. Nel Kendō il Blu della giacca è un richiamo alla tradizione che attraversa i tempi. Anche l’Hakama è un richiamo ai Samurai.
IO: Nello Yōseikan Budō i colori del Keikogi richiamo le due energie dell’Onmyō. La giacca blu è Yang, lo Yang giovane e potenziale della Primavera, i pantaloni bianchi lo Yin giovane dell’Autunno. Legno e Metallo. In metallo può tagliare il legno, modellarlo, il legno può contenere il metallo, fare da supporto. La cintura mostra l’alternanza delle energie e le mutazioni nel tempo.
Ovviamente, singolarmente, i due colori richiamano anche quanto detto da Kanō sensei.
GIACOMO: Il simbolo può essere anche un piccolo particolare. Chi aderisce ad una scuola dovrebbe progressivamente ben sapere e applicare le istanze e i suggerimenti che i simboli stessi testimoniano.
DONN: Un simbolo che raffigura bene il principio base di una scuola è quello dell’Ono-ha Ittō Ryū. La Spada che dal punto si estende alla linea per creare i cerchi e il Manji. Credo che ci siano dei riferimenti nascosti a questo simbolo in quello della scuola Yōseikan.
IO: Credo anch’io, ma non voglio approfondire, per il momento.
TAKEZO: La mia sintesi probabilmente la si può cogliere nel modello di Tsuba che ho forgiato. Le cose che si hanno sotto gli occhi sfuggono spesso alla comprensione dei più. Chi ha uno spirito di ricercatore viene attratto da queste cose e inizia a cercare spiegazioni. L’intuizione lo aiuta. Questo è uno degli aspetti del Bun-Bu, lo studio culturale e marziale che forgia il guerriero.
KANŌ SENSEI: Penso possiamo fermarci qua, per ora…
Ci vediamo più tardi?
DONN, GIACOMO, TAKEZO, IO: Certamente sensei!

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