RIFLESSIONI SULLO IAI E LO STUDIO DEL BUGEI


Lavorando sui testi e i Waza delle mie scuole di Bugei (nel senso di quelle che pratico), riflettevo che nell’estate del 2026 faranno trent’anni che pratico Hōki Ryū e Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Sugino Dōjō, un percorso iniziato in quel di Pallanza sul Lago Maggiore.
(Il Katori Shintō Ryū già lo praticavo da una quindicina d’anni nello Yōseikan Budō, anche se il programma era limitato alla versione di Minoru Mochizuki sensei del Kenjutsu Ikkajo, degli undici Kata di Iai e a qualche elemento di Bōjutsu diviso nei cinque Kata della scuola)
Questa riflessione è dedicata all’Hōki Ryū. Nella prima giornata d’allenamento, dopo i Suburi di taglio, Kumai sensei mostrò il primo Kata, che poi seppi essere il primo della prima serie Omote no Iai, Kiri Tsuke.
Mi colpì il fatto che la tecnica conclusiva fosse una breve stoccata, in cui si prendeva la lama in una impugnatura a baionetta con la mano sinistra che rinforzava l’attacco.
Devo dire che avevo già una lunga esperienza di Iai nello Yōseikan, sia i Kata provenienti dal Katori Shintō che quelli elaborati da Hiroo Mochizuki sensei a cui più volte avevo fatto da Uke in dimostrazioni pubbliche di Kumitachi Iai e in lezione. Lo Iai Hōki Ryū e quello Yōseikan sono molto simili nelle modalità tecniche di estrazione e Notō per cui mi trovai subito molto bene. I dettagli, che sono importantissimi, erano quelli da “sistemare” e, ovviamente, è questo il “lavoro della vita” del praticante.
Notai subito che fare una scuola di solo Iai dava conferme e suggerimenti di come risolvere piccoli problemi come l’uso dell’Obi che “fissava” la spada sulla persona in modo molto migliore della normale cintura del Keikogi. E altro.
Torniamo alla conclusione del Kiri Tsuke con la stoccata. In tutti i Kata che conoscevo perché li praticavo e altri che avevo visto in filmato, tipo quelli immancabili di Muso Shinden Ryū, la tecnica finale era un fendente. C’erano anche tecniche di stoccata, ma poi si finiva col fendente. Mochizuki sensei sottolineava che il fendente rappresenta come un atto di pietà, con cui si terminavano le sofferenze dall’avversario già gravemente ferito dalle azioni precedenti. E anche altri maestri lo affermavano su articoli e libri che avevo letto, tipo quelli di Delorme.
Per cui la stoccata mi incuriosì. Certo, era una tecnica piuttosto definitiva, in quanto la lama nella esecuzione corretta avrebbe raggiunto l’Aorta realizzando un decesso immediato (e un notevole schizzo di sangue, pure). Mi rendevo conto che l’esecuzione avrebbe comportato essere estremamente vicini al’avversario, mentre il fendente dava diversi decimetri di lontananza in più e un’attenzione più diffusa all’ampia superficie che il taglio avrebbe interessato.
Ovvio, il taglio Tate Wari avrebbe causato una esposizione da scuola di anatomia o da banco pasquale del carnezziere. Un Kesa avrebbe fatto una cosa simile per il torace e così via. Ma lì c’era proprio il fatto che lo guardavi negli occhi.
Poi, l’azione di svincolo della lama immediatamente successiva suggeriva una torsione della lama all’interno della ferita, un ulteriore allargamento. E altre possibilità che poi verificai.
Non sono mai stato ipocrita e sempre ben conscio di quello che le discipline marziali fanno. Con le armi è molto più chiaro e gli obbiettivi da colpire e come colpire e cosa fare dopo aver colpito devono essere elementi conosciuti nel pieno senso del termine. Lo pensavo allora e lo penso ancora più fermamente oggi che conosco l’importante tema delle “Due Spade” (o della “Spada Doppia”) che le scuole storiche di Bujutsu tramandano nei loro testi. Se non possiedi il Jutsu e il Waza completo, consapevole, il cammino di progresso personale, la percezione del Dao attraverso il cammino “Dō” intuito e stabilito dal maestro fondatore della scuola, l’applicazione dei concetti di Seiryoku Zen’yō (migliore impiego dell’Energia) e Jita Kyōei (crescere e svilupparsi insieme alla propria comunità) sono obiettivi irrealizzabili o, come dire, pie intenzioni.
Torniamo a quella mia prima esperienza nell’Hōki Ryū, al Kiri Tsuke e a quello che fu il mio cammino nella scuola. Kumai sensei ci proponeva due Kata ogni seduta di allenamento e ne facevamo una la mattina e una il pomeriggio. Questo per i sei giorni del seminario. Poi io ho ricostruito che proponeva i Kata della scuola in un ordine sparso, proponendocene di nuovi o ripassando uno già precedentemente presentato. I Kata che terminavano con questa stoccata erano tre, almeno così identificai in quegli inizi (ma non sapevo ancora bene quale fosse il programma completo della scuola) poi ne vidi un’altro che apriva le sequenze previste da un Kata a coppia di Kumitachi Iai, che mi ricordava il Ken Kihon Kumite no Kata dello Yōseikan Budō anche se qui siamo entrambi con le spade snudate, Kata che Kumai sensei ci mostrò e fece praticare nella versione a singolo in quei giorni.
Essendo principianti nella scuola, il Kumitachi ce lo fece prima vedere, solo forse all’ultimo giorno ce ne fece provare alcune figure.
Questo quarto Kata che si chiudeva con una stoccata era il Kissaki Gaeshi. A questo punto avevo già individuato delle matrici biomeccaniche usate dalla scuola Hōki Ryū. L’estrazione era molto simile a quella Yōseikan in controanca, poi c’era la torsione sull’asse e la posizione a svastica prima della stoccata o di un taglio ravvicinato. Il Kissaki Gaeshi proponeva un altro uso della presa a baionetta della spada, questo mi fece riflettere su possibili altri impieghi ed interpretazioni di questa tecnica di presa ma, giustamente, ancora non mi sentivo di “uscire” dallo studio imitativo al 100% dei Kata. La famosa fase “Shu”.
Peraltro, grazie appunto al “linguaggio universale” e al metodo imparato nello Yōseikan trovai quasi subito come applicare a mani nude l’azione di alcuni Kata Hōki Ryū tra cui, appunto, Kiri Tsuke.
Si, avevo ben appreso le modalità di studiare ed interpretare i Kata grazie alle lezioni di Hiroo e Minoru Mochizuki sensei. Altri maestri, Kumai, Hatakeyama, Yukihiro Sugino e Maltese mi hanno dato altri elementi e altri ancora ho desunto dai miei studi. Ho approfondito l’uso della torsione corporea attraverso il Silat e l’uso della presa a baionetta della spada con il Katori Shintō Ryū e il Katayama Ryū (che poi è l’antenato generatore dell’ Hōki Ryū).
Il Kata è “modello”. Ti dà il movimento, la tattica, la tecnica, tre cose che possiamo riassumere in “Waza”. Poi c’è la tua lettura sugli stimoli che ti dà la scuola, il tuo maestro, le tue conoscenze. E questo si sposta verso l’Heihō e la completezza del Jutsu (potremmo definirlo come il raggiungimento del Waza e dell’Heihō compiutamente sviluppati?). Se tutto questo va bene e lo hai pienamente, stai anche percorrendo (o percependo) il Dō.
E qua siamo verso una smaterializzazione del movimento e, in parallelo, la riformulazione composta del Waza unendo, incrociando, le opportunità e le soluzioni. Così si comprende a fondo il singolo Kata e il sistema di Kata di una scuola.
Citando Nishioka sensei:
“...Si può insegnare il Kata [型], ma non il Kata [形]. Si insegna come apprendere la cosa vera imparando attraverso il kata [型].
Si deve comprendere la differenza tra Kata [形] e Kata [型]...
Il Kata [型] è necessario per imparare le cose, ma imparare il Kata [型] non è l’obiettivo finale. Imparare il Kata [形] lo è...”
Questa è la parziale trasposizione per scritto di mie meditazioni confuciane.
Un punto.

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