INCONTRI - Parte Prima


Una strada di Palermo, lo scorso Novembre, vicino Piazza Massimo.
Incontro Klaus, kohai altoatesino di Yoseikan Budo (ne è anche istruttore) in vacanza in Sicilia e guida di Sci-alpinismo in quel delle Dolomiti.
Non ci vediamo da anni.

Ci sediamo fuori in un bar di via Magliocco, a passare un po’ di tempo e sparlocchiare un po’…
KLAUS: Bene Adriano, come va? C’è un tempo incredibile qui da voi a Novembre!
IO: Ah, Klaus! Bene. Sai, questa è la Sicilia, siamo a Sud, almeno abbiamo il vantaggio del clima.
KLAUS: E allora? Sempre staccato dall’Accademia di Yoseikan Budo?
IO: Già lo sai, Klaus. Non lo avrei fatto autonomamente, ma non posso dire di starci male. Non devo più fare cose inutili e seguire una deriva ricreativa-agonistica senza senso.
KLAUS: È vero. Sembra di essere in un club-vacanze gestito da preti, tipo Gesuiti, che chiedono soldi di continuo. Però si fanno tante cose insieme.
IO: Se volevo fare cose mescolandomi a tanta gente che la fa “tanto per” facevo danza di gruppo o cose simili. L’Arte Marziale per me è una ricerca in cui esploro il mondo, la società passata, presente e futura… e me stesso.
KLAUS: Sei sempre stato chi nel gruppo portava avanti il discorso culturale. Manchi a molti.
IO: E molti mi seguono attraverso il blog e i social, caro Klaus. Non è il sistema migliore, né il mio ideale, ma c’è e funziona, abbastanza.
KLAUS: E dove insegni Yōseikan Budō, ora? Anni fa avevi aperto una palestra…
IO: Un Dōjō, Klaus, un Dōjō!
KLAUS: Giusto, un Dōjō, come quello di Brunico…
IO: Quello, Klaus, è un bar-pizzeria, c’è scritto a lettere cubitali in facciata!
KLAUS: (ride) Già! In effetti, da quando c’è, è aumentata la quantità e abbassata la qualità. Comunque, come ti va adesso?
IO: Quel Dōjō l’ho dovuto chiudere nel ’18.
KLAUS: Perché?
IO: Ero in affitto, scadeva il contratto e la proprietà mi ha proposto un rinnovo raddoppiando la quota mensile. Era un onere eccessivo.
KLAUS: Ma perché non ti sei fatto assegnare uno spazio in un palazzetto, in una palestra pubblica, in una struttura comunale?
IO: Klaus, come molti della tua regione, l’Alto Adige, vivi in una situazione ideale dove l’amministrazione pubblica dà il massimo sostegno all’attività sociale. Già in “Italia” il sostegno è minore e va diminuendo man mano che si scende al Sud.
KLAUS: Davvero?
IO: Siamo in Sicilia, anzi a Palermo che in questo campo è forse il peggio di tutta la Nazione… Tu pensa, qui, in questa città c’è la più alta percentuale di “divanisti” e “analfabeti motori” d’Italia (e forse d’Europa, siamo al 65/70%).
KLAUS: Ma c’è gente che fa sport, ho visto negozi di materiale sportivo, insegne di centri sportivi…
IO: C’è gente che “dice” di fare sport. Molta. Va nelle palestre di moda e fa più o meno finta di fare attività sfoggiando eleganti completini.
Senti, i praticanti di attività sportive “seri” (siano agonisti o no) qui sono sul 15% della popolazione per tutte le attività esistenti possibili.
Chi appartiene alla fascia intermedia tra queste due si divide tra quelli che si comportano come “animali sociali” come ho detto sopra, poi ci sono quelli che avrebbero magari voglia di impegnarsi, un altro 10%, ma il periodo medio in cui frequentano in una attività sportiva o “quasi sportiva” come le Arti Marziali va un anno ad un massimo di tre. Basta un qualsiasi cambio, un trasloco, il passaggio tra lo studio a scuola a quello dell’Università o tra questo e un lavoro, il cambio di stato civile o anche un nuovo partner, l’arrivo di un figlio, e smettono.
KLAUS: E le strutture pubbliche?
IO: Innanzitutto ci sono pochissime strutture, che vengono monopolizzate dalle attività di squadra più partecipate e più politicamente potenti, come Pallavolo, Pallacanestro, Pallamano, vari tipi di calcetto indoor, che hanno la precedenza. Poi, qui avremmo una “palestra comunale per Arti Marziali” compresa la Lotta ma è gestita in esclusiva dalla FILJKAM ed è in un posto assurdo.
KLAUS: E basta?
IO: Non ci sono palestre o altre strutture pubbliche disponibili gratis o con un affitto concordato “politico” come nel continente. Non ci sono contributi, interventi di supporto, né patronaggi per la tua attività o le tue manifestazioni.
O, meglio, ci sono… ma devi avere un “mammasantissima, un “capobastone” politico (o simile) che ti appoggi con convinzione. E sono eventualità rare, tranne per i “soliti”, gli amici e “clienti” dei suddetti.
E devi stare attento a chi ti affidi. Molti anni fa ci siamo riusciti un paio di volte ad organizzare qualcosa, ma sono stati miracoli, conoscenze personali di allievi con amministratori galantuomini (che, infatti, non sono durati molto sul palcoscenico politico).
KLAUS: È una cosa scandalosa! Se fai attività fai un servizio!
IO: Si, anche se personalmente la vedo in modo in po’ diverso, anche considerando il principio JITA KYŌEI di Kanō sensei, che è uno dei “padri nobili” della scuola Yōseikan e fonte di ispirazione. Per me, io ho un po’ di coscienza elitaria, credo che occorra avere uno spirito particolare, sentire quella energia primordiale che in Oriente chiamano Wu o Bu [武].
KLAUS: Rimpiango molto le tue lezioni alla scuola istruttori… Non c’è che dire, ci manchi!
IO: Sovente altri mi scrivono. Sono andato molto avanti nei miei studi, spero presto di pubblicare qualcosa.
KLAUS: Mi dicevi, allora, che hai chiuso il vecchio Dōjō. Dove sei ora?
IO: Qui l’attività puoi farla solo in una struttura privata, come era la mia.
In affitto.
Qui le palestre sono ormai da decenni imprese di lucro. Se la tua attività tira va bene, se non tira, subito fuori. Ammesso che ti facciano cominciare se non porti un cospicuo numero di presenze garantite già in partenza.
KLAUS: Ma il comune, la provincia non ti aiuta ad aprire un nuovo corso?
IO: Scherzi? Non potrebbe importare di meno…
E, tornando alle palestre, la concessione di tempo – spazio è di un’ora, spesso scarsa. Se ti servono Tatami, spesso devi montarli all’inizio della tua lezione, nel tuo tempo, e smontarli alla fine. Se puoi lasciarli montati, è regolare che ggente di altri corsi ci salga sopra con le scarpe che sono le stesse con cui sono venuti in palestra.
E non ci puoi fare niente, sbatti contro muri di gomma.
KLAUS: Ma questa è maleducazione, mancanza di rispetto!
IO: Scusa, hai girato per la città, come ti pare che vada? La pulizia, l’arredo, lo stato delle cose?
KLAUS: In effetti…
IO: Per questo 25 anni fa feci un Dōjō mio, con grosso impegno non rientrato e riuscendo a tirare su (non sempre) quello che serviva per pagare affitto e i consumi.
KLAUS: E adesso, allora?
IO: Ora sono in quota in un altro Dōjō, che principalmente è d’Aikidō, con altri due colleghi. Un piccolo gruppo di maestri utopici che tentano di tener su un’utopia.
Un posto bello, ma “agnunato”, un lembo di periferia peraltro poco servita dai mezzi pubblici che, oltretutto, qua a Palermo sono molto labili. Per cui pochi allievi. Sono bravi, ne sono soddisfatto; non vorrei proprio masse consumistiche alla ricerca della ricreazione edonistica.
KLAUS: Non ci fai professione, adesso?
IO: Mai fatta. Non c’erano mai numeri in atto o in potenza, solo la passione per tener su una attività di qualità.
Certo, qualcuno in più non sarebbe male, perché l’affitto si paga anche nei mesi morti e qui sono “morti”, proprio “stecchiti”. Parlo di un mese tra dicembre e gennaio, mezzo giugno e mezzo settembre, luglio e agosto. E tamponare con le proprie risorse a volte è pesante.
KLAUS: È una vocazione! Ricordo bene tutti i viaggi che facevi per salire su a fare gli stage!
IO: Beh, appunto. C’è anche il costo delle trasferte per studiare ed aggiornarsi. Tuttora, lo considero un dovere verso me stesso, le discipline che pratico e verso gli allievi.
L’Italia però si è molto allungata in questi ultimi anni in tutti i sensi e ci fanno storie per un ponte che avrebbe dovuto essere realizzato da decenni.
KLAUS: Se ci fosse mi farei un bel giro in camper e molti verrebbero in moto, se fosse possibile.
Ma come fai per gli allievi? Per trovarne nuovi?
IO: Sopravvivere, appunto, significa cercare di raggiungere chi potrebbe essere interessato a quello che fai. Che sono discipline non conosciute, in una città che non ama la novità, salvo che questa non sia promossa dalla televisione o dalla “influencer” di turno. Ma sarebbe comunque una presenza effimera…
Volantinaggio e manifestini non funzionano più da tempo. Il passaparola molto poco. Sono casi rari.
I social hanno qualche freccia in più, ma devi fare usando al massimo l’esperienza. Ho visto fallire anche iniziative progettate e condotte da agenzie pubblicitarie, in questo campo. Devi far vedere quello che fai nel modo che possa andare a colpire l’immaginazione e l’aspettativa del “pubblico”. Gli interessi che sai possano avere.
KLAUS: Non mi sembra facile. Da noi è diverso.
IO: È diverso dappertutto. Non c’è una formula standard.
Ognuno conosce l’utenza che può raggiungere. È assoluta superficialità ed arroganza pensare che quello che va bene da te si possa applicare a casa d’altri. Il tuo capo tirolese sempre a pontificare “questo va fatto così, devi fare cosà…”
KLAUS: Si, lui dà lezioni a tutti, ma, nei fatti, ha avuto un bel po’ di “pappa fatta” da quelli che c’erano prima di lui e a cui lui ha fatto le scarpe…Ho cominciato lo Yoseikan Budo prima di lui, mi ricordo bene le cose.
IO: Appunto, serve l’esperienza sul campo “di casa” e lavorare sugli schemi sperimentai, anche provarne di nuovi, mostrare cose affascinanti e cose semplici, devi far vedere persone in azione che non fanno cose a vista difficili, a parte qualche “acro” per i giovani.
Un esempio che mi ha colpito da quando l’ho letto e ho sempre tenuto presente, è il racconto di una demo di Jūdō che iniziava con un lancio di Uki Otoshi, dove Uke, magari enfatizzando, fa un gran bel volo. L’Oooohh che si alza dal pubblico non significa: “Che bello! Domani vado e mi iscrivo!”, ma bensì: “Ma sono pazzi! Che volo!! Non lo farò mai!!!”.
Ecco…
La perfezione è perlopiù ammessa, nel nostro campo, se mostrata da un maestro di chiara appartenenza orientale. Un autoctono deve essere meno alato, alla vista. Va bene fare vedere anche scene in cui è impegnata la classe, gli studenti, senza tante specifiche.
KLAUS: Tu fai molto lavoro con le armi, del Kenjutsu.
IO: Qui è spesso difficile per le demo, perché, per quanto dai delle spiegazioni prima, i più non colgono il Bokken come rappresentativo di una spada. Lo prendono per quello che vedono, un pezzo di legno. Lo stesso per altre armi replicate in legno.
I Kata e i Kumitachi devono essere eseguiti un po’ accelerati, tipo Ōtake, i tempi morti dei cerimoniali ridotti all’osso, con l’eccezione di quello del Katori Shintō che è molto evocativo. Evitare anche Zanshin e simili cose troppo lunghe.
Le occasioni per fare dimostrazioni in pubblico qui sono piuttosto dispersive, ti trovi di fronte gente assolutamente ignorante. Il pubblico è leggermente meno disinformato se ti trovi in una riunione sportiva, una pausa di una gara di Arti Marziali. In generale cerchi di raggiungere quei pochissimi che intuisci possano esserci nel pubblico, ma devi fare comunque una cosa che dia un’immagine accettata da tutti i presenti.
Per i video la cosa è molto simile…
Ma comunque le occasioni più comuni sono fiere tipo quelle dei fumetti e dei cosplayer, feste patronali, giornate dello sport in generale. Il pubblico è anche peggiore.
KLAUS: Ci hai studiato molto anche qui!
IO: Si, guardando molto sia gli esempi di altri nel campo marziale, sia i tipi generalmente più usati nei vari campi, altri sport, danze, manifestazioni di folklore. Ho ancora diversi handicap nello sfruttamento dei media, per esempio non riesco ad agire bene su Istagram e non ho mezzi per un canale di Yutube, anche perché ci vorrebbe molto tempo da dedicarci.
Oggi nel web, nei social, vanno bene inserzioni corte, quelle che chiamano “Storie” o “Reel”. Magari intervallati nella pubblicazione da inserzioni più lunghe ed articoli per interessati più disponibili verso l’apprendimento culturale.
I risultati, soprattutto gli ultimi, diciamo che mi danno ragione.
È sempre, comunque, un contesto molto fragile. L’idea di base dominante qui, il costume approvato, è il “non fare”.

(una seconda parte sarà pubblicata a breve)

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