Lo studio ha una caratteristica costante...
Almeno quello “vero” …
Inizi, ma non finisce.
Un argomento non arriva mai alla completezza, più ti ci addentri, più ti accorgi che hai bisogno di sapere altre cose, leggere altri testi, raggiungere altre fonti.
Per cui non c’è mai una conclusione.
Certo, puoi e devi dare una forma a quanto hai esaminato, imparato. Magari degli appunti o uno scritto, dal saggio breve al libro. Lo fai per te stesso, dare un ordine a quanto hai imparato, quella “forma” che costituisce la verifica di quanto conosci. Lo fai per te, lo fai per altri, perché possano soddisfare sete di sapere o più semplice curiosità e magari discutere per controllare i dati e/o offrire suggerimenti.
Una cosa è certa, tutto è in rapporto a quanto hai potuto sapere, capire fin a quel momento. È sempre così, per me è una dichiarazione sottointesa ma assoluta, la premessa obbligatoria ad ogni ricerca "scientifica" (e no): “alla luce delle conoscenze attuali”, mie o dell’intero sistema.
Faccio un ragionamento, una meditazione su due libri fra quelli che sto studiando, al momento:
• “Kendō, Culture of the Sword” di Alexander C. Bennet
• “La Bottega dello Storico – Le Metodologie della Ricerca nella Scherma Storica”, una raccolta di saggi esposti in un simposio: “Giornate Internazionali della Scherma Storica”, tenuto nel 2009 a Roma.
Come dicono i titoli, il primo esamina la scherma giapponese del Kendō e la sua ascendenza, il secondo la scherma storica, soprattutto italiana.
Due brevi analisi, considerando che non ho ancora finito la lettura completa dei testi citati.
Nell’opera di Bennet, ottimo studioso e praticante, che ha prodotto numerose interessanti pubblicazioni sul Bugei giapponese, trovo una lettura che è “parziale” sia delle fonti storiche nel loro significato, sia sulla natura e sul tipo delle modificazioni della pratica che si sono verificate sì sin dai tempi più passati, ma con maggiore incidenza nell’ultimo secolo e mezzo, soprattutto dopo la Seconda Mondiale.
In un testo dell’ottimo W.W. Farris, “Sacred Texts and Buried Treasure”, storico che apprezzo molto per il suo modo di studio ed esposizione, di cui ho anche l’eccellente testo “Heavenly Warriors”, questo studioso descrive il mondo dei suoi colleghi storici giapponesi, tra parentesi la ricerca storica è ancora un po’ indietro là, dove esistono diverse congreghe ideologiche, dai tradizionalisti più letterari ai scientisti negativisti, per cui spesso dei dati ricevono una elaborazione molto parziali secondo le dottrine di appartenenza, anche sfidando la logica.
Beninteso, questo accade anche tra gli studiosi occidentali, dove “scienza” spesso è una etichetta vuota.
Ora trovo in Bennet diverse parzialità, tra cui dare troppo credito ad interpretazioni come quelle dello storico Friday, che è anche un diplomato nella Koryū Kashima Shin Ryū e scrittore di un ottimo libro sulla sua scuola, “Legacy of the Sword”. In soldoni, cosa che poi si ritrova nelle interpretazioni che fa dello sviluppo del Kendō, trovo che ci sia una deriva come dire “buonista” che mi sembra interpreti, forzando, tutta la documentazione per sottintendere una specie di assoluzione-autoassoluzione sull’utilizzo della Spada durante la sua storia in Giappone. Il Bennet va dicendo che sì, è un’arma che ha fatto tante cose sanguinose, che queste però sono molte meno di quelle che immaginiamo, che in sostanza la Spada è sempre stata più uno strumento di sviluppo olistico dell’individuo che un’arma da battaglia. Mi pare un’idea molto ipocrita che reseca una parte della realtà e, di conseguenza, mutila la “Materia della Spada” rendendola di conseguenza molte meno efficace proprio nella dimensione umanistica e “spirituale” che si vuole impropriamente evidenziare.
[Vorrei trattare tutto questo tema, che coinvolge anche diversi maestri giapponesi storici e contemporanei in modo più preciso, argomentato e metodico in un prossimo scritto (ricco di puntuali citazioni)].
Passiamo a “La Bottega dello Storico”.
Il testo presenta diverse opinioni sullo stadio di approfondimento nello studio della scherma storica europea e, nello specifico, di quella italiana. Al contrario della scherma giapponese che è stata sempre praticata nelle scuole tradizionali e anche in quelle contemporanee, affiancando il Kendō (anche con i problemi accennati sopra), la scherma storica occidentale è stata distrutta dall’ammodernamento della tecnologia militare ed è sopravvissuta nei testi dei trattatisti e nei principi, non tutti, non uguali, ancora “scavabili” nella scherma sportiva.
Da qui è stata fatta una coraggiosa ed appassionata opera di ricostruzione che, ora come ora, ha raggiunto interessanti risultati. La necessità di dover attingere non solo a questi trattati ma anche ad opere artistiche, alla letteratura e altro (tra cui anche elementi di scherma giapponese o del Sud-Est asiatico), ha fatto in modo che questi studiosi ricercatori abbiano lavorato con una mentalità eccezionalmente ampia che ha prodotto questi ottimi risultati. Cito, tra i vari saggi, qualche rigo di quello di Marco Rubboli della “Sala d’Armi Achille Marozzo”:
• “…ogni ricerca non possa prescindere da una chiara impostazione filosofico-epistemologica, e in secondo luogo da una previa analisi delle metodologie da impiegare e dei postulati da assumere…”
• “…l’analisi porta ad evidenziare come si riscontrino nei diversi casi di studio criteri metodologici e postulati comuni ed altri invece di necessità differenti…”
• “…i risultati raggiunti possono far decidere il team di lavoro di cambiare alcuni criteri metodologici, di adottare nuovi postulati e/o allargare o restringere quelli esistenti…”
• …il filosofo (Wittgenstein) [afferma] che è sempre fuorviante vedere un sistema di credenze in funzione di una presunta evoluzione da sistemi più crudeli e cruenti a sistemi più miti e filantropici…bisogna piuttosto fare riferimento alla sua coerenza interna e in funzione dell’ambiente generale in cui si è sviluppato e cui svolge la funzione…”
Il testo continua con diversi spunti interessanti e, come ho detto all’inizio, prospetta diverse linee di studio e sperimentazioni verticali, lineari e trasversali che possono, ovviamente, essere applicati anche al nostro studio del Bugei.
Tra l’altro una parallelizzazione tra i trattati occidentali e i “Rotoli” delle scuole classiche e contemporanee è un modulo di studio che ritengo molto produttivo.
Tornando al Giappone, anche il Bennet propone degli studi culturali, non facili però da attingere, su alcune fonti giapponesi non direttamente marziali (e, nei vari “bacini” in cui pescare, ricordo il filone dei trattati di Etichetta) come, un altro esempio, un altro autore mi ha fatto capire quanto sia importante, ma difficile, avere un dettaglio antropologico maggiore sulla educazione dei Bushi-Ryūso delle varie epoche.
L’accesso ai testi è un ostacolo da superare, ma piano piano…
La riflessione è incompleta… ma, per adesso, va bene così.
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