INCONTRI - Parte Seconda

(La prima parte pubblicata qui il 28/03/2026)

Una strada di Palermo, vicino Piazza Massimo.
Continua il mio colloquio con Klaus, kohai altoatesino di Yoseikan Budo (ne è anche istruttore) in vacanza in Sicilia e guida di Sci-alpinismo in quel delle Dolomiti, seduti ad un bar di via Magliocco, a Palermo.

KLAUS: Ho sempre ammirato la tua volontà in quelle che mi paiono ancor oggi interminabili trasferte. Tutte quelle in treno…
IO: Si, poi l’aereo è diventato più abbordabile. Ma almeno una ventina d’anni di trasferte in treno le ho fatte. Adesso l’aereo è tornato spigoloso…
KLAUS: Mi rendo conto che sei in un mondo a parte.
IO: Si, dove tutto è molto fragile, con pochissima cultura del movimento e molta cultura del “tampasiare”…
KLAUS: Definisci “tampasiare”…
IO: Bighellonare facendosi “gli affari” propri, spesso osservando con malizia e spettegolando.
Diciamo che qui noi che cerchiamo di fare qualcosa combattiamo contro una mentalità disfattista piuttosto radicata, c’è l’assistenzialismo per scopi elettorali molto praticato dai politici dalla fine della II Guerra, è ambita la possibilità di imboscarsi negli uffici ed assessorati regionali, è ancora diffusa la mafiosità. Sono tante cose, non creano un ambiente dove sia facile promuovere.
L’idea di base qui è: “Se fai sei colpevole di fare! Chi te lo fa fare?”
Parte della mia attività attraverso le Arti Marziali e la cultura che le contraddistingue è indirizzata a “combattere” in un qualche modo questa realtà. È un’impresa prevalentemente donchisciottesca ma è sempre un “qualcosa”.
KLAUS: Don Adriano della Mancia!
IO: Probabilmente un filo di pazzia ce l’ho, ci vuole per combattere qui, a casa, col fancazzismo e fuori casa con chi pensa che la sua realtà, la realtà di casa sua, il suo modo di pensare, sia esportabile dappertutto.
La realtà qui, è questa.
Sono contento che dei colleghi abbiano “assessori comunali alle spalle” o cose simili, patrocini e altro. Ma qui questo non c’è. Dobbiamo “sopravvivere”, perché si tratta di questo, usando quello che si può usare.
Siamo l’unico gruppo forse in tutta la Sicilia e del vicino Sud che segue un programma come lo Yōseikan Budō, una “scuola di rottura” delle Arti Marziali convenzionali, stereotipate e sportivizzate, con un Waza e una didattica che sono proprio dei linguaggi universali. E lo stesso per quanto riguarda il Bujutsu, con le scuole antiche.
KLAUS: Ecco, questo è una cosa che volevo chiederti, perché queste scuole antiche? Ho letto dei tuoi scritti e ho capito quanto siano interessanti, ma….
IO: Da una parte la stessa origine della scuola Yōseikan lo vuole. Questa volontà di ricerca viene anche dall’eredità del Kobudō Kenkyukai di Kanō sensei. Studiare altre discipline, assorbirne l’Heihō, il Riai e il Waza, in tutti i significati di queste parole, trovarne il nucleo primario e poi ricavare il Ri e il Ki fondamentale universale attraverso la comparazione. Il Dao/Dō più puro. È una distillazione alchemica in cui l’essenza dello Yōseikan ne è l’athanor.
È chiaro, come raccomandava Minoru Mochizuki sensei, occorre tenere separate le materie, all’esterno e nella pratica. Il tuo lavoro di trasmutazione è all’interno e poi, nel Randori, nello Shiai, nello Shinken Shōbu.
KLAUS: Ricordo che mi hai parlato di questo punto…
IO: E poi lo Yōseikan Budō ha bisogno di approfondire, di risalire alle radici in modo che tronco e rami abbiano la giusta linfa. Dobbiamo risciacquar i nostri panni nel fiume Tone e in altri fiumi dell’Honshū e anche del Kyūshū!
KLAUS: Già, ricordo i tempi trascorsi. Oggi nello Yoseikan Budo rincorriamo troppo la gara, tutta la pratica è subordinata ad essa. A volte sembra di essere in un club Mediterranée a fare giochi e intrattenimento di gruppo.
IO: Si, la ricerca è quella del Bu-Jutsu e del Bu-Dō. Che è il lavoro della vita e il contributo che puoi dare alla disciplina, a tutte le discipline. Nella mia ricerca ad oggi considero che tutte e due le forme siano indispensabili e complementari. Non si possono sviluppare singolarmente, o l’una o l’altra, ne esce una deformazione, una anomalia genetica che porta alla abnormità, alla deformazione.
KLAUS: Dunque uno sviluppo parallelo.
IO: Devo sottolineare, per eredità, per formazione culturale e carattere sono convinto che le discipline devono essere rispettate e che non va fatta confusione tra loro. Lo Yōseikan Budō può e deve essere più aperto, ma è necessario legare ogni suo studio alle radici. Il problema è che nello Yoseikan Budo continentale quasi tutti non conoscono queste radici. In verità non credo che sappiano quello che fanno. Non le percepiscono nel Waza, nel Kata e nel Riai. Che il “modo di essere ed agire” della Scuola. Per cui si aggiungono cose a caso, a capriccio.
KLAUS: Vorrei saperne di più…
IO: Sto elaborando una pubblicazione, è uno studio lungo.
Per quanto riguarda le Koryū, lasciando il Waza intatto, si cerca di elaborarne i principi, il pensiero, l’Heihō. Si parte da quanto si sa, che spesso non è molto, e si fa. Ci sono dei problemi di trasmissione dovuti alla frattura tra Jutsu e Dō che si è ingrandita di molto dopo la Seconda Guerra ma questo è un altro argomento. Piuttosto è abbastanza certo che questo “scalino” post-bellico fa spesso inciampare noi allievi e anche i maestri.
KLAUS: C’è chi dice che studi troppo, segui diverse Arti Marziali e non puoi approfondire…
IO: È il contrario! Innanzitutto, guardiamo bene: nel periodo dei Samurai era normale frequentare più scuole, sia di specialità diverse, spada, lancia, arco, lotta, sia di argomento simile come più scuole di spada, soprattutto questo. E anche i maestri dell’epoca moderna, Kanō, Ueshiba, Nakayama Hakudō, Mochizuki Minoru, Tomiki, Abbe e molti altri hanno studiato e praticato più discipline per tutta la loro vita. E le hanno insegnate.
KLAUS: Erano maestri…Noi…
IO: Noi siamo allievi che devono seguire i loro sentieri. Prendi gli Hoshino, che ci hanno tramandato l’Hōki Ryū. Oltre che dai Katayama avevano studiato altre cose, come il Jū Jutsu Shiten Ryū o la Naginata Yoshin Ryū.
Non capisco i cosiddetti puristi a categorie: Karate si, Yōseikan Budō no, Aikidō si, Kendō no. O cos’altro. Se fai questo non puoi fare quello, o altro, etc. etc.
Senza lo Yōseikan Budō e lo spirito che lo anima (quello vero) non sarei andato a crearmi nuovi studi, non sarei andato a iniziarmi al Tenshin Shōden Shintō Ryū, non avrei trovato lì l’Hōki Ryū e da questo il Katayama Ryū. Nè avrei studiato il Kali, il Pencak Silat, l’Aikibudō.
E ogni disciplina ha portato qualcosa che definisce meglio l’altra e ne migliora comprensione e svolgimento.
KLAUS: Una volta avevi detto, in una delle tue lezioni al Corso Istruttori Yoseikan, che è una caratteristica tua e della tua famiglia.
IO: Si, abbiamo avuto diversi accademici e studiosi tra le generazioni moderne, dall’ Ottocento in poi. Prima non ho molte notizie, so che erano uomini di mare e di guerra, che gestivano con abilità le loro risorse.
È una capacità di pensiero trasversale, comparativo. Vedere le cose e collegarle anche se apparentemente distanti. La rete dei legami appare presto, la mobilità sul territorio degli uomini e delle idee pure.
KLAUS: Così ecco la tua pratica multipla!
IO: E vediamo anche del punto di vista pratico. Purtroppo ritorna il discorso precedente, la sopravvivenza. Non consideriamo per un attimo gli aspetti culturali, di ricerca e anche quelli affettivi. Senza lo Yōseikan Budō non potrei permettermi lo spazio per fare i Bujutsu e, di contro, anche se modestamente anche loro contribuiscono a fare “le quattro paghe per lesso” di carducciana memoria e riempire la busta per l’affitto mensile.
KLAUS: Certo, ho compreso, non hai le spalle coperte come noi.
IO: Si, è facile parlare da situazioni comode, come i miei ex colleghi continentali. E anche insistere sulle “purezze” di una disciplina. L’analisi storica mi mostra che ci fossero molte situazioni miste, anche nei secoli scorsi. Molti venivano in una scuola con già una esperienza, una pratica già avanzata con un'altra disciplina, che aveva creato in loro della tecnica ed anche delle abilità. Non credo proprio che quei maestri caposcuola antichi andassero a “cancellare” sistematicamente e completamente in questi allievi con una formazione precedente tutti i modi acquisiti. Avevano la capacità di integrarli, raffinarli, immettere una parte della tecnica in concordanza a quella già posseduta ed armonizzarla con quella della loro scuola, fino a confidare l’altra parte, quella più avanzata, intatta.
Alla fine ne usciva un allievo “diverso” da altri ma, allo stesso tempo “conforme” nel Riai.
KLAUS: Tu parli di un discorso interstile?
IO: No, assolutamente no. Almeno nella pratica, ogni disciplina deve essere quella che è. Ma, in parallelo, lavorando su didattica ed esercizi è possibile fare degli scambi. La scuola Yōseikan nella sua didattica ha una grande capacità di “lettura” ed analisi, ha molti modelli progressivi e geniali di studio delle tecniche attraverso il combattimento. In parallelo le scuole antiche hanno un patrimonio assai profondo di principi, sensazioni, spiegazioni e, anche loro, molti modi per allenarli. Hanno un sistema di combattimento che richiede una grande e forte tecnica, un carattere formato, ma che permette di approfondire molto i modi dello scontro.
Le scuole del Sud-Est Asiatico, a loro volta, ti offrono pragmatismo, linee di lettura diverse, la modalità del movimento continuato, “a pelle”, ma mai a caso. Io guardo una caratteristica che in una scuola è molto espressa, evidente, assai curata. Cerco di capirne i meccanismi, le essenze. Poi, mentre sto a praticarne un’altra, mi rendo conto che le stesse cose ci sono, più nascoste, apparentemente secondarie. Ma ci sono, e posso così lavorarle, dopo la scoperta.
E così per molte cose, i riferimenti incrociati fanno progredire.
Faccio un esempio apparentemente slegato. Ho studiato per bene anche un’Arte Marziale interna come il Tai Chi, molto stile Yang e un po’ di stile Chen. Per ora è in pausa, ma quello che ho imparato lo tengo. In queste scuole è molto curato attraverso la “lentezza” il lavoro dello spostamento del peso tra i piedi, del movimento dal Seika Tanden. Lo fai qui poi te lo ritrovi nelle altre scuole.
KLAUS: Mi dai una visione come quella delle vallate verdi delle mie parti.
IO: Io cerco di studiare, ho il mio metodo e le mie idee. La ricerca, la capacità di comparare, trovare e riunire elementi apparentemente diversi ma simili nella sostanza è una mia capacità. Per me funziona. E, lo vedo, riesco così a trasmettere ai miei allievi.
È un sistema per me naturale, comparare e compiere ricerche e ragionamenti trasversali. È una cosa di famiglia. Ti dicevo dei miei parenti dall’Ottocento in poi, ci sono stati diversi accademici, hanno prodotto studi e pubblicazioni in vari campi, legge, storia, statistica, fisica ed ingegneria. Ti dicevo degli antenati più remoti che erano politici, guerrieri, marinai, conduttori di aziende agricole e commerciali. Uno storico, ribadisco, li definisce “gente di guerra e di mare”. Cerco di essere un continuatore e di produrre qualcosa che, spero, passerà a degli altri continuatori.
Questo è mio, è il mio metodo, non credo che si adatti a tutti, ognuno ha il suo metodo. Non lo imporrei come non voglio imposto quello di un altro. Io posso fare di più così. Fa parte del mio valore.
Cercherò di passarlo ai miei allievi ma è un lavoro simile al principio socratico della maieutica, far partorire agli altri il proprio vero sé.
KLAUS: Giusto!
IO: È facile considerare le proprie convinzioni come le uniche corrette. Ma bisogna andar oltre.
Però lo studio di una disciplina ha dei modi. Come diceva Minoru Mochizuki sensei ci sono delle cose che sono centrali, assiali e immutabili, come la Montagna Sacra, l’Asse. E altre cose che, rimanendo comunque uniche nell’essenza, come l’acqua che scorre, si modificano e si adattano alle circostanze del percorso in cui scorrono.
E se molti vogliono sono passare con leggerezza, altri devono prendersi carico di “essere la montagna”, “rimanere acqua” quell’acqua, pur adattandosi ai cambiamenti.
Una Via si può percorrere in molti modi o ci possono essere più vie per arrivare a destinazione. Ma una Via è Dō perché è una rappresentazione del Dao. Se ci si stacca dalla rappresentazione si cammina sul nulla.
Sempre considerando che il Dao/Dō è un’altra cosa.
Dai, andiamo, lasciamo libero il tavolo…
KLAUS: Questa chiacchierata me la ricorderò a lungo, la voglio ricordare…

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