I Kata, lo Studio e le procedure didattiche di studio
(Sei Livelli, Shu-Ha-Ri [守破離],
le Tre Calligrafie [真行草],
i due Kata [型e 形])

Le Arti Marziali orientali hanno un importantissimo sistema didattico di trasmissione della conoscenza: le Forme (in giapponese Kata). Si tratta di dei soggetti didattici che possono essere equiparati a libri di testo, saggi, manuali e anche ad opere di letteratura. Quelli “composti” da maestri che avevano ricevuto lo stigma dell’ “illuminazione” e quelli “elaborati” da una scuola corretta nello scorrere del tempo e delle esperienze, sono delle vere e proprie opere d’arte che sintetizzano, oltre la tecnica, importanti testimonianze sociali, filosofiche, religiose, umane.

Questi testi composti da movimento nel loro processo di studio sono “spiegati” da precise figure didattiche, i maestri e gli istruttori, più i compagni più anziani che, se padroni effettivi della conoscenza, guidano progressivamente l’allievo alla prima scoperta del materiale contenuto nei Kata, lo aiutano ad approfondirlo e gli danno gli strumenti per condurre lui stesso, raggiunto il livello congruo, a trovarne i tesori contenuti nel profondo e comporre la sua elaborazione personale. Una terza forma di aiuto alla conoscenza è contenuta in corti scritti e lapidarie istruzioni, a volte orali, a volte anch’esse compilate, lasciate dal creatore della scuola e dai suoi continuatori.
Tali strumenti esistevano anche nelle arti da combattimento occidentali e tutt’ora ne rimane una certa abbondanza nella scherma armata storica, collaborata da preziosi trattati lasciati da memorabili maestri. Qui queste sequenze didattiche vengono chiamate figure, giochi, scambi, o in altri modi, ma rimane la stessa procedura d’insegnamento: comporre degli esempi di progressiva difficoltà (o forse no) per forgiare l’abilità tecnica, mentale, spirituale del combattente-spadaccino in fieri. E anche qui in Occidente ci sono i “concetti filosofici” e i “codici”, ovviamente. L’archetipo è universale.
Ora, ribadendo ancora una volta che i Kata giapponesi NON sono quelli del Karate, che sono un’anomalia, oggi come oggi la stragrande maggioranza degli istruttori non ha né gli strumenti per decodificarli, né la volontà di farlo. Il primo punto è un fatto dovuto all’eccessiva dispersione della qualifica d’insegnante, la seconda dalla odierna crescente diseducazione allo studio, che è generale in tutte le materie e discipline e attività, più l’ulteriore pigrizia e scarsa umiltà da parte di chi pratica, che trascura di cercare maestri ed istruttori non facilmente raggiungibili, per riceverne istruzione.
Per cui, come la volpe della favola, chi non è in grado di raggiungere l’uva dice che è acerba...
Ho già scritto diversi articoli e saggi brevi sui Kata per promuoverne il corretto uso sia per l’efficacia (Hitogiri) che per raffinare la propria “materia”, i Due Tagli del Ken. Fendere e raggiungere l’oro alchemico è il superamento degli opposti. Chi segue le mie pagine con costanza o casualità, se vuole, può rivedere gli scritti risalendo la cronologia (o sul blog, per alcuni). Inoltre I riferimenti allegati al titolo sono spunti bibliografici ben sfruttabili.
Ripeto solo, a mo’ di mantra, che ogni tecnica è un principio, che nelle scuole tradizionali tutti i Kata sono legati tra di loro con riferimenti trasversali o meccanismi e cinematismi ben connessi. Si spiegano e completano a vicenda.
Non sono mai stato un individuo che pensa di possedere conoscenze eccezionali, ma vedo che, comunque e purtroppo, le stesse che ho sono molto superiori alla massa ahimè incolta. Nello Yōseikan, a parte il Sangue (che tiene per sé “alcune” cose), nessuno dei colleghi che conosco percorre il Jutsu e il Dō, ricorrendo alla cosiddetta “scienza sportiva” moderna che è estremamente superficiale. E non capisce i Kata.
Per quanto riguarda i Koryū che pratico l’usanza stessa delle scuole ci porta ad essere reciprocamente riservati. Le nostre scoperte le teniamo in noi stessi, a volte ci sono degli “ah, sì!” non detti, riconoscimenti appunto silenti che rimangono sguardi e accenni di sorriso.
Qualcosa dovre aggiungere appunto sui Kata Koryū, ma più avanti.
I miei Maestri sono conosciuti e sono quelli che mi hanno dato gli elementi e mostrato come usarli. Però che ne sono altri che ho raggiunto attraverso i libri o gli antichi trattati, maestri che mi aiutano con i loro scritti che posso tradurre, decifrare, grazie sempre a quelli in carne ed ossa.
E ci sono contemporanei “maestri letterari” come Nishioka sensei, Sasamori sensei, Nakamura sensei, Sugino Yosho sensei, Ōtake sensei e antichi come gli Iizasa, i Katayama, Itō Ittōsai, Yagyū Munenori, Nakano Shūmei, Yamada Sokō, e anche colleghi di via come Boylan, Amdur, Kenshi 7/24 e altri.
(Inoltre Fiore dei Liberi, Francesco Vadi, il Manciolino e altri...)
Ma qualcosa me la voglio scrivere qui. Consideriamo il primo studio dei Kata, che corrisponde circa ai primi Tre Livelli. E’ il Kata standard, quello che a tua volta trasmetterai fisicamente ai tuoi allievi, lo Shu [守], lo Shin [真] il Kata [型]. Ma devi andare oltre, un “oltre” che è difficile, quanti ho visto perdersi qui nello Yōseikan e anche nei Koryū. Ma anche “rimanere” è un errore finale, perché rimaniamo nella lezioncina estetica, abrupta. Possiamo perfezionare il gesto, ma rimane incompiuto.
L’esplorazione è necessaria.
Quando un Maestro combina la sua esperienza e le sue intuizioni in un Kata crea vari percorsi. Alcuni sono palesi, altri nascosti in modo progressivo.
Nel Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū e anche nelle scuole di Kashima ci sono parti che risalgono agli Dei ancestrali e costituiscono in sé una preghiera, una danza sacra, una evocazione e una purificazione.
Penso che possano esserci anche nelle altre scuole, ma qui ancora devo esplorare, ci sono indizi...
Poi, inoltrandosi nel sistema, ci sono riferimenti incrociati, frasi combinate da Kata diversi, suggerimenti e strizzate d’occhio. E altro.
Poi ci sono cose che il Maestro ha messo senza rendersi conto di averlo fatto. Cose uscite dai livelli profondi della sua mente, la sua educazione ed esperienze, che possono essere lette nello svolgere lo studio.
I Kata più antichi sono molto lunghi, molte frasi composte insieme come lunghe poesie.
I Kata delle scuole più moderne sono insiemi di figure singole, staccate tra loro come una serie di fulminei, essenziali epigrammi.
Alcune scuole come lo Yagyū Shinkage e lo Shindō Musō comprendono la possibilità di legare queste forme isolate in un continuo, senza le fasi d’interruzione.
Lo studio completo analizza i Kata lunghi in fasi brevi, al contrario riunisce quelli in singole azioni, paragona le soluzioni, i perché, i come e tutto quanto. Se ci sono scritti disponibili occorre usarli per una spiegazione reciproca perché non ci sono isole, azione e parola esistono ognuna per “far funzionare” l’altra. Incompletezze, omissioni, scelte personali, generano sempre dei pezzi mancanti la cui assenza non permette il completamento del mosaico, il funzionamento del “meccanismo pluridimensionale”.
Come in testi, documenti e dipinti rimangono spesso delle zoppie, delle lacune. Lo studioso cercherà
comunque di colmare facendo riferimento a documenti paralleli (che comunque servono a chiarire e confermare anche in caso di materiale completo) ed esperienze culturali simili e dissimili, vicine e lontane. O lontanissime.
L’approfondimento pare portare lontano, in realtà consolida e armonizza la versione base. La interiorizza maggiormente nel praticante e lo rimanda ad ulteriori passi e scoperte. Così un Kata diventa parte dell’adepto.
Come sempre sono i due opposti complementari che devono ruotare in sfera. Copiare e mantenere da una parte, astrarre e espandere dall’altra.
Corpo Mente e Spirito hanno eguale importanza e devono sincronizzarsi.
Quanto scrivo è un elaborato di studi ed esperienze al momento. Altre elaborazioni, ovviamente, seguono nel divenire. Tenendo sempre il Passato come fondamenta.
Lo scritto costituisce una concretizzazione e vuole essere anche un riferimento di dialogo.
Con chi può essere interessato, partecipe o curioso.
Ovviamente c’è materiale fra le righe e nelle righe.
Il mio metodo di studio appartiene a me e per me funziona.
E’ oggettivo come i suoi risultati ma, altrettanto ovviamente, c’è chi può preferire altre vie.
Ma questa è la mia...


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