Dialoghi sui massimi sistemi delle Arti Marziali
Yōseikan e altre.
Quinta Conversazione: Pratica, Combattimento, Gare
Personaggi
Donn: Donn F. Draeger
Kanō sensei: Jigorō Kanō sensei, creatore del Kōdōkan Jūdō
Giacomo: Famosi “Giacomo” storici e leggendari
Takezo: Miyamoto Musashi
IO: Buonasera a tutti|
KANŌ SENSEI, DONN, TAKEZO, GIACOMO: Buonasera, Adriano san!
IO: Ho preparato una cosa che credo piacerà molto a Kanō sensei: Arancine a vari gusti!
E, ovviamente, un paio di bottiglie di Etna Rosso…
KANŌ SENSEI, DONN, TAKEZO, GIACOMO: Sempre magnifico, Adriano san!
IO: Il tema di oggi è la pratica, vale a dire il corso, le lezioni al Dōjō o in una palestra, quella parte della didattica che è il combattimento e le gare.
Come sempre prego Kanō sensei di iniziare.
KANŌ SENSEI: La lezione è un impianto didattico dove lo studente deve imparare la tecnica della disciplina e, grazie proprio alla tecnica e allo scenario in cui agisce, apprenderne i valori e come applicarli nella vita. Usando il Jūdō, per esempio, la didattica si basa su tre elementi:
- il Kihon, vale a dire le basi, i fondamentali, in cui apprende dapprima come muoversi, come cadere, come effettuare gli squilibri e, infine realizzare le tecniche secondo una progressione;
- il Kata, dove apprende cosa fare, quando farlo, come farlo e perché farlo. I Kata introducono alla distanza, al tempo d’azione, alla percezione dell’energia e a come usarla;
- il Randori è lo studio applicativo dei primi due punti, secondo delle modalità che possono avere o no delle restrizioni studiate per approfondire alcune cose, correggere dei difetti, migliorare le qualità. Lo Shiai, la gara, controlla la riuscita di quanto imparato in uno scenario competitivo, che ostacola.
Prima di parlare di Randori e Shiai vorrei sapere da tutti voi come definiscono le lezioni, i corsi.
Penso che sia meglio far parlare Donn san, adesso…
DONN: La lezione è un’unità di un percorso lungo, che ha lo scopo di trasmetterti la conoscenza contenuta nel Ryū. Da un punto di vista, la struttura odierna dei corsi di Arti Marziali ha un andamento simile a quello degli “anni scolastici”. Questo è un…diciamo un paradosso.
L’idea tradizionale è diversa. Non c’è questo andamento annuale con esami periodici. Tutto è visto come un unico continuo, senza pause, senza “vacanze” o periodizzazioni. Dopo molti anni, è possibile ricevere una certificazione che attesta la tua conoscenza della scuola. Chi vuole procedere potrà accedere ad altri insegnamenti ed esperienze che saranno ulteriormente certificate. Solo dopo sarà concessa una certificazione che abilita all’insegnamento. In tempi moderni, con l’afflusso di molti occidentali che non possono fermarsi perennemente per imparare e devono avere comunque una autorizzazione per insegnare in patria, si è pensato a dei riconoscimenti “provvisori” per chi, comunque, ha fatto un notevole percorso nella scuola, riconoscimenti che permettevano di insegnare. L’ingresso in una scuola è una libera scelta ma, contemporaneamente un impegno totale. Seguirai gli insegnamenti finché non sarai considerato “abile”. Un itinerario continuo, certo sono possibili periodi di pausa dovuti a fattori della vita, ma ripreso appena possibile dopo l’interruzione.
È possibile che ci siano degli abbandoni, la perdita della “vocazione”. Ma nel pensiero originale non era un atto considerato. È ritenuto un fallimento.
TAKEZO: Nel rapporto originale l’allievo viveva con il maestro, perché era scelto dal maestro, ricambiava l’insegnamento lavorando per lui e contribuendo secondo i suoi mezzi. Nelle scuole classiche che prevedevano un numero di allievi più ampio, le classi erano comunque sempre ristrette. Le scuole riconosciute dei vari feudi avevano diversi allievi, ma numeri sempre contenuti. Bisogna arrivare alla fine del periodo Edo per trovare le scuole aperte con molte centinaia di allievi. Molti le vedevano come una anomalia: con questi numeri era impossibile dare a tutti un insegnamento qualitativamente sufficiente.
Il problema moderno è questo: aumentare gli allievi, costruire centri sempre più lontani dalla casa madre, è una dispersione che causa un addestramento incompleto, via via più superficiale. Neo-insegnanti appena promossi ad una frettolosa cintura nera, con una conoscenza incompleta e superficiale, non informati sugli scopi della scuola, non in grado di avere una completezza tecnica e mentale, producono allievi ancora più incompleti. Spesso presunzione ed ignoranza li portano ad ignorare le fonti e, in parallelo, ad attingere da strumenti esterni senza essere in grado di capire se sono adatti né se sono capaci di integrarli correttamente.
KANŌ SENSEI: Io impostai il Jūdō come impostai da rettore incaricato l’istituto superiore di formazione insegnanti per la scuola nazionale giapponese. Nel Jūdō creavo buoni istruttori spesso sfruttando praticanti già in possesso di solide doti dovute alla precedente appartenenza a stili di Jū Jutsu. Poi, ampliando, compilai un preciso programma didattico di formazione in modo che, a loro volta, i miei insegnanti migliori potessero creare altri buoni insegnanti. Voglio dire che ho fissato uno standard e ho creato un sistema di controllo molto preciso, che garantisse il mantenimento di un alto livello.
Come Takezo ha detto poco fa, anche quello che ha descritto Donn, il problema si pone quando lo scenario si apre e i controlli si diluiscono. Ragioni “politiche” e di potere ambiscono ad una base, a un movimento sempre più ampio e questo, senza ombra di dubbio, crea una diffusione “ignorante e superficiale”, contemporaneamente arrogante.
Altro problema odierno, contemporaneo o post-moderno che si possa definire, soprattutto qua in Occidente, è che l’attività viene concepita come una ricreazione, una non tanto velata ricerca di soddisfazioni. Questa crescente superficialità rende le scelte dei nuovi allievi dei capricci di bambini bisbetici, pronti a rompere il giocattolo sia se viene soddisfatto il desiderio di averlo, sia no.
IO: I luoghi e i tempi comportano degli adattamenti ma spesso tali adattamenti non sono compresi, anzi sono fraintesi, e portano delle deviazioni. I primi maestri orientali che vennero in Europa ad insegnare trovarono che la tradizione occidentale delle Arti Marziali veniva trasmessa attraverso una struttura derivata dalle antiche società di ginnastica, scherma, pugilato e lotta. Questo corrispondeva abbastanza bene ai Dōjō che avevano lasciato in Giappone ma contemporaneamente ne differiva. Minoru Mochizuki sensei, per esempio, si stupiva del fatto che gli allievi non venissero tutti i giorni e mai la domenica. Bisogna riflettere: vista come sport e attività motoria l’Arte Marziale esotica doveva adattarsi agli orari di lavoro europei e alla sua concezione come “passatempo”. Bisogna dire che negli anni ’50 era ancora forte la tradizione militare e l’aspetto “autodifesa” veniva sentito in un modo diverso rispetto ad ora, dove spesso è considerata una forma abusiva di violenza.
L’attività marziale fu accostata alla idea e tempistica della scuola ordinaria e questo portava in sé i concetti di orario limitato e di periodi di vacanza, di inattività. Come altri giapponesi dopo di lui Minoru sensei dovette adattarsi. Credo che tutti loro abbiano evitato di comunicare agli allievi occidentali del materiale, delle usanze, dei principi che erano comuni in Giappone, ma che loro ritenevano estranei alla mentalità europea. Questi maestri, molti, prima o poi tornavano in Giappone, a volte poi rivelavano queste cose a chi li veniva a trovare “posto casa” in Giappone. Il viaggio di pellegrinaggio di questi europei veniva considerato una prova di serietà molto importante.
In questo scenario che ho accennato c’è stato, adesso è possibile ricostruirlo, un vero e proprio cortocircuito culturale e tecnico che, credo, anzi sono sicuro, continua tutt’ora.
Cosa voglio dire: si sono incistate delle notizie, dei comportamenti, delle matrici tecniche e didattiche non corrette, erronee. Queste cose, a loro volta, hanno causato delle reazioni altrettanto erronee. Il bello è che, da questa commedia degli equivoci degna di Plauto come di Keaton, quello che ne è uscito fuori è diventato realtà universale, modalità unica, verità indubitabile.
Oggi che siamo usciti da questi periodi, che abbiamo accesso a molte più informazioni, va fatto un esame a tappeto e ristorato tutto, ripartire facendo emergere una nuova versione corretta e pulita di tutto il movimento marziale sia generale che di ogni singola disciplina, ché se ne possono contare pochissime immuni dalle storture accumulate. Storture di cui gli stessi maestri giapponesi sono in parte responsabili.
GIACOMO: Le scuole di scherma antiche europee avevano una tradizione fatta sia di lezioni private che di lezioni di gruppo. Ogni scuola si sforzava di impartire oltre la tecnica d’arma dei principi anche di comportamento, di nobiltà, di etica. Allo stesso tempo insegnava a riconoscere e contrastare gli zoticoni, i violenti, i prepotenti. A prendersi delle responsabilità conseguenti dalla loro conoscenza: proteggere i deboli, soccorrere le donne, castigare i prepotenti.
È un po’ “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, come si dice ora, tra Superman e Spiderman… Discende da una grande corrente di identità indo-europea che abbraccia i guerrieri celti, il legionario romano e l’oplita greco, l’immortale persiano, il Ksatriya indù e molti altri fino alla Cavalleria medioevale e alla sua eredità.
Nelle scuole gli incontri tra allievi prevedevano protezioni efficaci ma non c’era restrizione all’ampiezza dei colpi, l’arma da sala e il combattimento riproduceva quella portata con sé o usata in battaglia. Il maestro spesso si confrontava con l’allievo suggerendo azioni e temi, non schiacciandolo ma entrando più volte a rimarcare i punti deboli. Quando l’incontro da gara prese piede, con armi stilizzate, i colpi limitati, presto si uscì dal vero senso del confronto. Mentre la vera scherma sta nel non farsi colpire e, se possibile, colpire in modo sobrio e potenzialmente letale, oggi le molte stoccate da accumulare come punteggio, i tocchi contemporanei o quasi, di fatto rendono tutta la pratica un gioco atletico interessante ma scorretto. Deviante.
KANŌ SENSEI: Adriano san, potresti approfondire il punto della responsabilità dei maestri giapponesi nella situazione attuale?
IO: Credo che molti maestri giapponesi stessi non se ne rendano conto, ma ci sono stati molti vicoli ciechi imboccati soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il Budō invece di essere il lato di approfondimento morale ed etico del Bugei (non uso qui l’espressione “arte marziale”) è diventato un fine esclusivo. Si è gabellato il Bujutsu come anticaglia violenta, non molto diversamente da quanto era successo con il Jū Jutsu storico dopo la riforma Meiji del 1868. In più, c’è stata una strana acquisizione della “filosofia del vincente” protestante-americana, dimenticando l’etica filosofica nazionale giapponese della "Simpatia per il Tenente " [Hōgan-biiki (判官贔屓)], che è la considerazione che i principi rappresentati e la volontà di seguirli fino alla fine da parte di uno, sono più importanti della sconfitta materiale.
Di conseguenza la condiscendenza verso la concezione agonistica che vincere è lo scopo, non partecipare, da un lato, dall’altro l’acquisizione di una filosofia di base che potremmo dire anticipa la confusione New Age” di qualche decennio.
La pretesa di rendere tutto più spirituale, simbolico, “filosofico”.
La semplificazione dei regolamenti di Kendō, “l’Aikidō non è un Arte Marziale”, il combattimento di Karate col controllo oppure con protezioni leggere, le gare di kata, i continui rimescolamenti dei regolamenti di Jūdō per ottenere spettacolarità televisiva e per facilitare per il pubblico bruto, i kata di Seitei Iai asettici, coreografici di un estetismo vuoto, sono alcuni degli esempi di decadenza.
Se la tecnica non è HITOGIRI, o almeno cerca di esserlo, tutto diventa un vuoto maligno da cui non può emergere nulla di vero, educativo, marziale.
DONN, TAKEZO: Giusta disanima, Adriano san.
IO: In questo momento non mi sento ancora in grado di ricostruire completamente e correttamente come andrebbe veramente condotta la pratica. Sono già punti fermi la progressiva acquisizione delle caratteristiche tradizionali di Centro, Ma, Hyoshi, Radicamento, Asse, Te no Uchi e altro. Non parlo di Energia perché è complesso; noi sappiamo, magari in futuro ne parleremo.
È un discorso che coinvolge anche le Koryū, non solo le scuole moderne, anche se diverso. Quest’ultime hanno bisogno di “più passato”.
Dai dati e dagli studi, dalle nostre conversazioni sono emerse cose che dovrebbero far pensare a molti, dovrebbero attivare gli studi per recuperare quanto è stato trascurato o misconosciuto.
KANŌ SENSEI: Voglio parlare della gara, adesso. Perché è un punto che deforma le discipline. La gara dovrebbe essere un momento in cui è possibile effettuare una verifica, certo non completa ma interessante, della efficacia del lavoro fatto nei Kihon, Kata, Randori. Occorre sottolineare sempre che il Randori è un combattimento di studio, con temi, modalità d’esercizio, collaborazione dal totale al minimo tra gli esecutori. Il problema è che, mentre nel Randori è possibile arrivare a pianificare uno scenario senza regole o con regole minime, nello Shiai, il combattimento da gara, è necessario imporne alcune per la sicurezza. Ma anche qui c’è un paradosso: io avevo eliminato i colpi dal combattimento di Jūdō ma volevo che i miei seguaci agissero come se fossero possibili. È qui il punto esemplare!
IO: Kanō sensei si, il punto è cruciale. Ma vorrei che Donn esponesse alcuni sistemi delle Koryū come sistema alternativo o integrativo.
DONN: In effetti le Koryū, nella maggior parte dei casi, considerano il combattimento da gara arbitrato sia un esercizio parziale e anche un po’ viziato, per problemi simili a quelli denunciati da Kanō sensei. Se prendiamo la scherma con la spada, il Kendō moderno riduce i bersagli al minimo, abituando a difendere ed attaccare solo questi punti. Inoltre le protezioni creano una sorta di “indifferenza” all’essere colpiti. Sempre per la spada in questi tipi di combattimento sono escluse le proiezioni, i colpi Atemi, non vengono valutate le tecniche che feriscono attraverso lo “strisciamento” della lama sul corpo dell’avversario, in realtà efficacissime. E altro. Alcune scuole classiche usano un sistema esteso rispetto il Kendō al loro interno. Altre integrano fortemente con un duro lavoro sui Kata (e Tameshigiri) quanto permesso alle gare. Altre ancora usano un sistema con cui usano in modo vario i Kata fino a farli diventare dei veri combattimenti. Quest’ultimo sistema era piuttosto diffuso, non è facile, ci vuole un lungo e intenso allenamento, ma forse è la soluzione più completa.
TAKEZO: Bisogna considerare prima di tutto “il combattimento”, che è una matrice essenziale, che esiste continuamente in natura con varie realtà ed apparenze. Tutte le azioni possono essere accostate a questo. Esiste l’armonizzazione delle energie come lo scontro. Non c’è un valore maggiore o minore, solo considerare cosa sia più efficace, economico, “giusto”.
È sempre la realtà delle “Due Spade”!
Lo studio del combattimento promuove l’adepto verso entrambe le soluzioni come verso tutti gli stati intermedi. Quello che il Bugei, l’Arte Marziale fa, sin dai tempio più antichi, è formare l’individuo-guerriero a questo. Dai tempi degli Dei, da Iizasa sensei a Kanō sensei, la volontà dell’insegnamento sacralizza l’azione.
Oggi le pecore vogliono imporre la loro paura vietando, opprimendo, chi cerca la realizzazione del Dō, dell’Onmyō. Non ci possono riuscire perché la realtà è come la sfera piena d’aria che tenti di tenere sott’acqua. Emergerà comunque…
GIACOMO: È il tema nascosto di quel film, “Il Pianeta Proibito”…
KANŌ SENSEI: Già, l’energia e la conoscenza non possono essere mistificate!
IO: Tutto quanto diciamo comporta quella parola che molti non vogliono sentire o che usano in modo sbagliato e indegno: STUDIO. Che è una operazione di intelligenza, sperimentazione sapiente, pazienza.
Si usa molto invece la parola “allenamento”. È come allontanarsi dalle proprie responsabilità, confinarsi in un ambiente dove si ripetono gesti sotto la direzione di un allenatore. Si esprime una passività, ci si lascia guidare per mano. L’unico apporto del discente è quello di eseguire al meglio, al limite impegnarsi per superarsi… ma già questa è una capacità di pochi.
Da notare che compiti e funzioni di “allenatore” e “maestro” sono molto differenti così come le modalità d’esercizio che impongono, anche se possono sembrare simili.
L’allievo superficiale cerca il conforto della ripetizione del “questo lo so fare”, confortevole ed autogratificante. Allo stesso tempo rifiuta o cerca di evitare di addestrarsi nei fondamentali perché si ritiene già addestrato. Spesso effettua una pressione sull’insegnante perché vuole fare solo la parte del programma della scuola in cui pensa di riuscire meglio o che sia per lui più divertente.
Sono dei cortocircuiti mentali e dei segni di una incorretta formazione generale. La persona che dice di voler essere un allievo ha dei limiti e non vuole sorpassarli.
La pretesa che il discente possa condizionare il percorso d’insegnamento del docente.
TAKEZO: Ai miei tempi la verifica per combattimento era continua. Costruire una tecnica inefficace o sbagliare l’allenamento comportava la distruzione. Una forma di caos che distrugge, trasforma e crea come l’azione del dio Shiva. D’altra parte, le caste guerriere sono proprio accostate a questa divinità ancestrale.
È ovvio che la forma burocratica e sociale di uno stato non può fare a meno di tentare di controllare o reprimere tale corrente anarchica ed esplosiva. Il risultato consiste in una apparente maggiore sicurezza sociale ma si consente indiscriminatamente di salvaguardare gli errori, anzi di moltiplicarli.
La vigliaccheria, il pacifismo becero e la finta mansuetudine distruggono il valore. La guerra è pace e la pace è guerra, ognuno deve poter combattere effettivamente ed efficacemente per sostenere la sua indipendenza e la forza della sua famiglia, della sua gente.
Questo è un potere e una responsabilità dell’individuo. Parte dello studio del Bugei è questo. Lo Stato non può avocare tutto a se stesso.
KANŌ SENSEI: Torniamo allo Shiai, al combattimento che deve essere un mezzo e ora è uno scopo.
Sia combattere in modo conflittuale, sia fare una gara con dei regolamenti, ha una ragione e uno scopo solo se questa azione rientra nel sistema della disciplina e ne segue le indicazioni.
Un insegnante, un istruttore può prendere l’iniziativa di far combattere i suoi allievi in sistemi diversi, ma solo se ha inquadrato questa azione precisamente nei principi della sua disciplina.
Il combattimento è principalmente un mezzo di conoscenza. La vittoria non importa, ma è tale solo se segue i principi che il fondatore ha detto.
Lo Shiai è un mezzo di conoscenza reciproca solo se lo usi in tal senso. Poi c’è il momento “sportivo” decoubertiniano del torneo: incontrare altri praticanti della tua stessa arte, o di altre arti, vedere i loro modi, il loro Waza e come lo usano, offrire il tuo e imparare insieme.
IO: Bisogna combattere l’ “imbuto agonistico” che deforma le ragioni e fa in modo che la gara sia solo una ricerca della vittoria edonistica. Ribadisco quanto detto da Kanō sensei prendendo come esempio la gara di tiro dinamico e l’alterazione del suo spirito originario.
La gara, divisa in scenari, presenta delle situazioni in cui il tiratore deve muoversi centrando dei bersagli palesi, nascosti, dinamici, in cartone o metallo, che simboleggiano una possibile situazione di emergenza con avversari armati ed ostaggi. Il tiratore deve colpire determinate zone dei bersagli cercando di non esporsi, di non colpire gli “ostaggi”, tirando un colpo doppiato quasi istantaneamente. I bersagli possono essere vicini o lontani. Tutto deve essere fatto cercando di concludere l’azione nel minor tempo possibile.
Ok, il cortocircuito avviene a causa di quest’ultimo fattore, per cui tutto diviene secondario rispetto al tempo, che ha troppa importanza nel calcolo del punteggio. Per cui diventa più una gara di velocità che di precisione e tattica operativa. Questo è il problema degenerativo.
Così il significato e lo scopo della gara vengono pervertiti nel tiro dinamico come nel Jūdō, nel Kendō, nel Karate o nello Yōseikan. Personalmente cerco di avere ed insegnare una condotta di gara e d’allenamento più rispondente ai principi originari che agli scopi di vittoria.
E, confermo, mi interessa più la completezza del combattimento che la ricerca a tutti i costi della vittoria agonistica.
KANŌ SENSEI: Io diedi una personale istruzione a Minoru Mochizuki kun. Giacomo san, non è che potresti portarlo nel prossimo ciclo di discussioni?
GIACOMO: Cercherò di farlo, sensei.
KANŌ SENSEI: Gli feci capire bene che la gara è un sistema di verifica e se non è male riuscire a vincere grazie ai propri studi, è inutile trasformarla in una ricerca di successi. Diventa ridondante e allontana dal vero studio.
Caro Adriano san, questo dovrebbe essere un preciso principio nella scuola Yōseikan. È così?
IO: Se lo era, nello Yōseikan Budō è stato dimenticato. La gara sembra per moltissimi essere diventata lo scopo principale e, per di più, c’è un continuo rotolare verso il basso, una mania di falsa semplificazione che la rende una copia sempre più sbiadita di se stessa e di quelle altre gare sportive, Contact, MMA, Chambara a cui smaccatamente si ispirano.
Minoru Mochizuki sensei ha lasciato detto che il Budō è inclusivo (per quanto questa parola sia usata in modo qualunquistico oggi) mentre lo sport è esclusivo. Ma la maggior parte dei miei colleghi Yoseikan insegue questo. La tecnica diventa povera, principi e scopi sono abbandonati. Il fatto che questo sia vero per la maggior parte delle Arti Marziali moderne, Gendai Budō, non è di consolazione. Anzi…
Molti di noi si battono perché questo cambi, ma c’è una vera e propria loggia mafiosa che cerca di mantenere questo stato per motivi di soldi e potere.
KANŌ SENSEI: Non è consolante dire che anche nel Jūdō è così! Come nel Karate. L’Aikidō di Ueshiba sensei è pure nella stessa situazione pur con dinamiche opposte.
Però in tutti esistono piccoli gruppi di ribelli, dissenzienti che cercano di portare avanti il pensiero corretto. È il fuoco sotto la cenere che può divampare potente all’improvviso.
IO: La dissonanza tra la pratica che “dovrebbe essere” e quello che la pratica oggi è. Farò sempre il possibile perché la cultura e lo studio riprendano la prevalenza. Lo status quo deformato è saldo, i più hanno una errata conoscenza. Nei rari casi di “buona fede” c’è la convinzione che qualsiasi cosa “nuova”, anche senza basi, anche senza lo studio corretto, sia migliore.
Il progressivo trionfo dell’ignoranza che, purtroppo, infesta dappertutto.
Non facciamoci mai bloccare in un sentimento di rassegnazione. Grazie alla rete internazionale la cultura viene trasmessa e sempre più persone vi accedono. Se l’ignoranza si trasmette, anche la sapienza lo fa.
DONN, TAKEZO, GIACOMO: Sia così!
(Silenzio)
KANŌ SENSEI: Queste Discussioni per ora sono finite. Nessuno di noi può rimanere ancora su questo piano del sogno. Noi dobbiamo andare, Giacomo non si può fermare e tu devi tornare al mondo del Giorno.
IO: Ci vedremo ancora?
KANŌ SENSEI: Si, nuove conversazioni aspettano, ma ora non sappiamo quando ci riuniremo ancora attorno al tavolo trilobato. Altri vogliono partecipare e parlare con te ed attraverso te, tra cui il caro Minoru kun.
Ma, invero, noi ci incontriamo sempre quando tu fai una tecnica che già noi abbiamo fatto. Ti guidiamo mentre ci dai la perpetuità, attraverso il Waza e l’Heihō, mentre insegni mostrando e ricordando tutti i maestri, prima e dopo l’uomo di Atene.
TAKEZO: Continua a cercare, Cercatore!
[nota per i lettori: Giacomo è un mio “spirito guida”. Fu una antica divinità indo-europea dei confini tra le terre e le acque oceaniche, poi si reincarnò molte volte come Apostolo, uccisore di mori, come re conquistatore, capitano di ventura, uomo di mondo, spadaccino e letterato, fine poeta e filosofo, scienziato, pittore, compositore lirico e altro ancora]
[nota due: le parole “dette” da Jigorō Kanō sensei, da Donn F. Draeger e da Takezo/Musashi sono estratte da loro testi e interviste, quelle di “Giacomo” sono un esempio di “scrittura automatica”]




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