Dialoghi sui massimi sistemi delle Arti Marziali


Yōseikan e altre.

Quarta Conversazione: Armi e Arti Marziali
Personaggi
Io: Adriano Amari
Donn: Donn F. Draeger
Kanō sensei: Jigorō Kanō sensei, creatore del Kōdōkan Jūdō
Giacomo: Famosi “Giacomo” storici e leggendari
Takezo: Miyamoto Musashi
Bill: Famosi “Bill” del Far West: Wild Bill Hickok, Buffalo Bill, Billy the Kid


IO: Benvenuti tutti! Come vedete, per l’argomento di oggi, Giacomo ha portato Bill a trovarci.
KANO SENSEI, TAKEZO, DONN: Bill, che piacere rivederti!
BILL: Signori, è un piacere!
IO: Ho fatto preparare dei panini con le panelle e crocché per ristorarci prima della Conversazione…
KANO SENSEI, TAKEZO, DONN, BILL: Ottimo!
DONN: Voi siciliani avete una varietà di cibarie che mi sembra pari tutta la vastità di specialità alimentari dell’Oriente!
IO: Ho preso anche un paio di bottiglie di Nero d’Avola per sciogliere la conversazione…
DONN e BILL: Magnifico!


IO: Introduco il tema: parliamo di Arti Marziali e le Armi. Intendo Arti Marziali che usano armi, Arti Marziali che usano anche Armi, Arti Marziali senz’armi e armi senza Arti Marziali. Credo che nella discussione queste suddivisioni cadranno.
Come sempre vorrei lasciare a Kanō sensei il primo intervento.
KANŌ SENSEI: Apparentemente il mio Jūdō è un’Arte Marziale senz’armi. Però questa era solo la prima formulazione. Già il Kime no Kata trattava delle difese contro armi e richiedeva che tali armi fossero studiate per poterle contrastare con efficacia. Poi compresi che le Armi erano una grave assenza e cercai di recuperare attraverso vari studi e con la creazione del Kobudō Kenkyukai. Tra le altre cose da lì doveva uscire un maneggio-Jūdō del bastone da passeggio e del bastone lungo, più una interpretazione Jūdō del Kenjutsu. Avevamo già tracciato alcuni esercizi, ma la mia scomparsa bloccò tutto e i miei continuatori decisero di ignorare questa mia volontà e lascito. È una cosa che mi amareggia ancora.
Mochizuki Minoru chan continuò in parte questa mia idea e la scuola Yōseikan è erede di questo mio lascito. Non so se degli esercizi che stavamo componendo qualche scuola di Jūdō ancora li conservi.
Penso che sia impossibile che una scuola di Arti Marziali non studi anche le armi. Hanno dei principi educativi motori e mentali eccellenti. Ueshiba sensei nella sua scuola mantenne bene l’uso delle armi spiegando in modo eccellente come il “corpo” tra armato e disarmato fosse lo stesso.
Donn san, vuoi parlarci delle Koryū e delle altre scuole asiatiche che hai studiato o conosciuto?
DONN: Data la loro natura storica, è ovvio che le Koryū trattino principalmente programmi d’arma. Anche le discipline che, ai tempi di Jigorō sensei praticamente insegnavano solo tecniche a mani nude, come il Kitō Ryū e il Tenshin Shin’yō Ryū, avevano nel programma, trascurato a quei tempi, un vasto repertorio di tecniche armate.
Una parte della “caduta” delle tecniche d’arma fu in seguito dell’editto Haitorei del 1876 che vietava il porto delle armi, soprattutto le spade, in pubblico. Però le discipline tutte erano comunque intrise del riferimento tecnico alla scherma armata e moltissima tecnica derivava e deriva dalla scherma con la spada.
Detto questo, è ovvio constatare che nelle varie scuole tutto era disciplinato dalla scherma con la loro arma principale, lancia, alabarda, spada, bastone o altro. I principi che gestivano l’arma principale venivano poi riportati nelle varie altre armi e anche nelle tecniche a mani nude. Questa è una realtà universale nel Bugei.
Questo vale anche per le altre scuole di Arti Marziali che ho visitato e anche studiato. Parlo della Cina, della Corea, dell’Indocina e del Sud-Est Asiatico. Ogni scuola ha un suo piccolo o grande patrimonio di tecniche d’arma accanto alla pratica a mani nude. Sebbene nel Secondo Dopoguerra le tecniche a mani nude abbiano preso più notorietà, quasi sempre fanno parte di un sistema più ampio. Anche il Karate di Okinawa ha in origine un’ampia parte di tecniche d’arma, soprattutto bastone. Per vari motivi Funakoshi sensei e gli altri pionieri in Giappone non portarono avanti le tecniche armate. Funakoshi sensei si fece molto condizionare dal Jūdō che trovò arrivando a Tōkyō, era praticamente tuo ospite, Jigorō san, e si inventò la storia della “Mano Vuota” per allontanare le origini cinesi della disciplina.
In Oriente ed Occidente tutta l’Arte Marziale si è evoluta dalla sua maggiore tecnica nella Spada. Per vari motivi la Spada è sempre stata considerata l’ARMA per eccellenza e legata all’essere dell’uomo che la maneggia.
GIACOMO: Scusa Donn, a questo punto vorrei intervenire io.
DONN: Prego, Giacomo San!
GIACOMO: Come testimone e viandante che percorre la Terra sin dalle prime età dell’uomo, vorrei ricordare una cosa che questo gruppo già sa: che l’arma, un sasso, un bastone o un osso, è stata uno dei primi strumenti, se non il primo, che l’uomo ha realizzato nella sua storia.
Qualcuno potrebbe pensare che sia un fatto triste, ma io dico di no. La necessità è un potente motore e da questa scoperta probabilmente è scaturita la capacità di fare altro, inventare, costruire. Sappiamo tutti che la Natura è composta da facce luminose e facce oscure senza che necessariamente il luminoso sia buono e l’oscuro cattivo, né il buono sempre buono e il cattivo sempre cattivo. Ogni aspetto è importante e deve essere presente, deve essere considerato ed equilibrato nella somma delle cose.
L’arma costituisce l’affermazione dell’uomo a voler realizzare se stesso nonostante l’azione degli agenti esterni. Gli uomini hanno inventato l’arma e, nello scorrere del tempo, l’hanno disciplinata, l’hanno usata anche per la crescita interiore, mentale e spirituale, dell’individuo e della comunità. Capacità fisica corporea e tecnica, capacità mentale, forza spirituale sono i risultati della lunga linea delle armi. Come dicevano maestri d’arme e maestri spadai europei dei secoli scorsi, l’arma è garante della mia onestà, della mia nobiltà, del mio giusto agire e mi assicura che la mia volontà non sarà costretta.
IO: Penso che Bill possa aggiungere qualcosa…
BILL: Si, grazie, Adriano.
Io rappresento lo scenario dove l’arma da fuoco aveva il dominio. Uno scenario molto mistificato dalla letteratura e del cinema, equivocato e usato come paragone in modo non congruo: il Far West!
Tutti identificano il Far West in Arizona, Texas, California e poco altro. In realtà era subito dopo gli Appalachi e poi il Mississippi. Spazi sconfinati dove potevano esserci giorni di viaggio prima di poter incontrare altri uomini o un paese. Terre dove la sicurezza dipendeva principalmente da te stesso. Dove la caccia era una risorsa primaria. Questo è vero anche oggi, ci sono grandi spazi dove questa è ancora la realtà.
Di conseguenza era necessario possedere un’arma e saperla usare. E non avere scrupolo ad usarla.
Questo lo scenario. Ma poi è stato esagerato nella fantasia degli uomini. Soprattutto i film hanno presentato miriadi di spettacolarizzazioni inducendo a credere che era continuamente così. In realtà, considerata anche l’estrema grandezza del paese, dello scenario, alla fine gli episodi non sono poi tanti. Considerate che eravamo in una guerra di occupazione di un territorio che non ci apparteneva. Dati gli spazi le azioni degli stessi indiani sono racchiudibili in territori grandi, ma estranei ai normali contesti. Le Colline Nere, le Terre Calde, le sierre degli Apaches erano lontane dalle città che si formavano. E queste città di frontiera potevano essere irrequiete, ma io e i miei colleghi, come Masterson, Earp, Horn, Willer, Slaughter, Garrett riuscivamo a venirne a capo in poco tempo e con uno spargimento di sangue ridotto. Non si sparava a così come capita ed episodi come l’O.K. Corrall ed altri sono stati dei punti, delle occasioni. Per questo divennero leggendari.
L’uso di “Far West” per definire delle situazioni in cui si usano armi è un’abitudine sciocca e senza agganci con la realtà, usata da persone che si arrogano il diritto di stabilire loro cosa sia giusto e cosa no, che si peritano di dare sprezzanti e inesatte definizioni a priori a situazioni che meriterebbero un esame più preciso ed obiettivo.


IO: Grazie Bill. Vorrei ora dire alcune cose, prendendo spunto da quanto abbiamo finora detto.
Abbiamo già parlato del principio del “Bu”, che è giapponese e anche cinese, di conseguenza comune a tutta la sua vasta culturale. Per quanto riguarda l’Occidente ho sempre sostenuto che “Arte Marziale” è un nominativo non soddisfacente ed equivoco. Marziale comunque va bene perché fa riferimento alla divinità latina e indo-europea Marte che non è solo il Dio della Guerra ma anche del confronto, del tuono e della pioggia, della fertilità. È un Dio agricolo e rappresenta il confronto ragionato, l’agricoltore o il pastore arcaico che imbraccia le armi per la sicurezza della sua gente.
In ambedue i casi ci troviamo di fronte ad una marzialità temperata, non scatenata come quella di Ares o altri Dei.
Nello sviluppo delle Arti Marziali orientali in Occidente la fase iniziale è stata centrata su Jūdō, Karate, Aikidō e forme varie di Jū Jutsu “ruspante” viste come discipline disarmate. L’uomo che, a mani nude, aveva la meglio su malvagi vili ed armati.
L’Arte Marziale armata, il Kendō, si è sviluppata in un ambiente tutto a parte e non ha inciso sul dibattito generale. La pratica con le “armature” ricordava al pubblico la scherma occidentale, sportiva, e l’uso delle spade in bambù agli occhi di molti dava una rassicurante versione con poca carne e poco sangue. Fondamentalmente per lo spettatore occidentale era sterilizzata l’idea del pericolo.
Molti tra adepti e osservatori di allora (e anche ora, purtroppo) vedevano questa pratica a mani nude come di maggior valore etico e mentale. Quando si incominciarono a diffondere le armi nell’Aikidō molti gruppi e maestri della stessa disciplina furono riluttanti o addirittura scettici di questa branca tecnica, a lungo ritenuta solo una mania “eretica” del Maestro Saito e del suo gruppo.
Di base a tutto questo c’è un pregiudizio basato su un errato concetto di pacifismo e una incomprensione tra l’ignorante e il presuntuoso dei confini della violenza e delle sue dinamiche. La sterilità ideologica dei “figli dei fiori” e simili, l’ipocrita “vogliamoci bene” pseudo universale che condanna moltissime pecore ad essere preda di pochi predatori.
BILL: Come i Western hanno creato una immagine non vera del West, così i film-Kung Fu degli anni ’70 hanno diffuso l’idea di un combattente che a mani nude sconfiggeva molti avversari armati. Si tratta di uno dei soliti antagonismi tanto cari a molti uomini, dove uno dei due “avversari” immaginari prende la figura del cattivo e l’altro del buono. A parte che va fatta una sintesi e non una contrapposizione, è come si fa che crea un valore, non le cose che usiamo.
KANŌ SENSEI: Così noi qui affermiamo: che le Arti Marziali sono discipline composte di una fase armata e una disarmata; che la pratica con le armi approfondisce tutti i temi e la qualità, migliorando nello stesso tempo l’individuo che studia. E affermiamo pure che i pregiudizi verso la pratica armata siano inconsistenti, ignoranti e superficiali.
Ma credo ci siano altre cose a favore della pratica delle armi. Vorrei che Donn e Bill ne parlassero.
DONN: Il punto principale della pratica con le armi è, appunto, l’arma.
Quando pratichiamo a mani nude, lotta, leve o colpi, pur essendo consci che l’azione può produrre delle ferite, siamo spesso disattenti. O, per meglio dire, non abbastanza attenti. Le protezioni nei colpi, la versione “di sicurezza” dei lanci, delle leve, degli strangolamenti porta a sottostimare quello che si fa. Va considerato che le tecniche originarie, la scena del pericolo, lo stato mentale dei praticanti di una volta erano diversi. Oggi non ci si rende conto come un colpo possa fare lesioni gravi, così come quello che può causare una leva o una proiezione lanciate senza le precauzioni introdotte da vari maestri nell’epoca moderna. È una vera “castrazione” e l’organo viene per lo più sostituito da quella protesi che è l’atletismo agonistico.
L’arma introduce una ben maggiore soglia di pericolo. Si tende a stare più attenti ma, spesso e purtroppo, si tende a trovare nuovi vizi. Usare armi di legno o copie non affilate infatti spesso conduce ad una certa disattenzione, a non comprendere cosa si sta facendo.
È necessario che l’istruttore, il maestro stressi gli allievi in modo che loro siano consapevoli della pericolosità e maneggino le copie in legno con altrettanta attenzione che avrebbero se queste armi fossero in acciaio affilatissimo.
BILL: Io e molti altri camminavamo con le pistole cariche nelle fondine. Contrariamente a quanto si pensa, solo una parte degli uomini, dei cittadini nei centri abitati portava l’arma. Alcuni sceriffi lo proibivano. Nelle trasferte si aveva la carabina in arcione o nel carro, in luoghi non sicuri si cavalcava con l’arma imbracciata o chi stava accanto al conducente del carro teneva il fucile pronto. Occorreva imparare a vivere con l’arma, averla pronta e comunque in sicurezza, saperla usare in modo appropriato. I “virtuosi”, in grado di estrarre, sparare e colpire il bersaglio erano pochi, gli altri dovevano prendere più tempo, sollevare il cane, prendere la mira ed infine sparare. Ma comunque si doveva instaurare una simbiosi con l’arma, come i Samurai.
TAKEZO: Mi hanno attribuito una propensione ad usare il Bokken invece della spada nei miei duelli. In realtà, sono più i duelli che ho fatto con la spada che quelli col Bokken. A quei tempi, per ragione di norme di polizia, era più facile scontrarsi con le spade di legno che non con le spade vive. In definitiva l’unico duello in cui ho usato il Bokken per uno scopo tattico, è stato quello con Kojirō Sasaki. Portare le spade era una cosa che facevamo in modo del tutto naturale ma, come credo fosse per Bill, ci volevano una serie di precauzioni.
Le pistole hanno dimensioni più piccole rispetto le spade e possono essere portate in modo da mantenere la “sagoma” abbastanza compatta. Camminando per vie di un centro abitato occorreva disporre le Spade in un modo più verticale rispetto quello che si vede nelle rappresentazioni. La spada tenuta in estensione davanti-dietro era in una posizione adatta all’uso rapido. Chi era di servizio o aveva un motivo di possibile conflitto la portava così, la gente faceva attenzione a lasciare molto spazio attorno a loro.
Non basta portare le spade, come penso le pistole. Occorre saperle portare. Ci vuole equilibrio e percezione dello spazio. Occorre sentirle come se fossero parte di te. Deve esserci una perfetta sensazione di quotidianità. Oggi, guardano la maggioranza di chi fa Iai, dove usano repliche accurate in metallo o con lame vive, ho l’impressione di una persona che si è messa su quegli oggetti così come una signora può sfoggiare i suoi bei gioielli ad una prima al teatro. Occasionalità, anche se l’azione è formalmente, apparentemente, impeccabile.
IO: Ecco, quanto ha detto Takezo san raffigura bene la progressione della mia pratica con le armi prima bianche e poi da fuoco. Come dice un mio caro amico: “la spada è un componente fondamentale dell’eleganza di un uomo”. Sono le guardiane dell’Onore e della Rettitudine. Da un certo punto di vista possiamo dire che le pistole con i loro cinturoni del West hanno un ruolo simile, anche se il contesto è più materialistico. Ambedue sono agenti che supportano la mia volontà e mi aiutano a eseguire i miei compiti e proteggere ciò a cui tengo.


TAKEZO e BILL: Si, è risaputo…
IO: Ho cominciato ad aver contatto con le armi fin da ragazzino, provenendo da famiglie di militari e cacciatori. Però era un contatto solo contemplativo, anche se ho sparato più volte, anche con fucili d’assalto. Le norme moderne impediscono molte cose, tra cui avere un regolare e sano rapporto con le armi da fuoco. Capisco le precauzioni dello stato, ma la paura non è mai una buona cosa, se non puoi avere un’educazione che ti porti a vincerla.
Quando ho iniziato a fare nello Yōseikan Budō Kenjutsu e Iai, e anche il bastone corto Tanbō, Nunchaku e il coltello Tantō, mi sono addestrato per bene. Ma mi sono subito imbattuto proprio nella difficoltà che c’è nel vestire la spada.
La cintura “normale” tipo Jūdō non basta, oltretutto occorre girare dietro il nodo. È possibile gestire la spada nell’esecuzione di un Kata, sempre in una sorta di equilibrio precario. Più volte occorre fermarsi e ristringerla. Per migliorare le cose usavamo le Hakame, ma personalmente ritenevo che ci fosse qualcosa che “non andava”.
KANŌ SENSEI: Infatti la cintura del jūdōgi non è fatta per questo, spesso si scioglie durante la pratica agitata. Alcuni miei allievi, come il caro Minoru chan elaborarono dei nodi che non si scioglievano. Quando iniziammo ad usare le armi nel Kobudō Kenkyukai adottammo le fasce-cintura e l’hakama del vestito tradizionale.
IO: Mentre mi portavo appresso questi rovelli, a metà degli anni ’90, per una serie di coincidenze, andai a fare il mio primo seminario di Hōki Ryū Iaidō e Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Bujutsu. Conobbi l’Obi, la fascia cintura. Rimasi scioccato dalla velocità e potenza dello Iaijutsu del Katori Shintō Ryū e dalla elegante efficacia dell’ Hōki Ryū, dove trovai lo Iai Kumitachi, l’applicazione a coppia dei Kata di Iai a singolo, che credevo, sbagliando, una caratteristica moderna inventata da Hiroo Mochizuki sensei.
I Kata di entrambe le scuole e i Kumitachi richiedevano una perfetta capacità di vestire e “maneggiare” l’hakama, di collocare e piazzare la Katana. Si trattava di un ambiente più dinamico, più a 360° di quello che conoscevo. Molti pensano che le Koryū presentino tecniche e scenari oggi obsoleti o poco pratici ma, in realtà e secondo la mia esperienza, i loro materiali, il Waza, sono dinamici, attivi, semplici profondi. Da lì ho modificato progressivamente l’equipaggiamento e la tecnica nello Yōseikan Budō.
DONN: Molta gente non se ne rende conto. Ma è il vizio di chi “non sa” e crede di sapere, chi crede che il moderno, per il solo fatto di essere “moderno” sia comunque migliore di ciò che si tramanda e funziona da molte centinaia di anni. Credo che Takezo san possa confermare.
TAKEZO: C’è questa idea, come già ha trattato Giacomo, della “ineluttabilità” del progresso. Ora, penso che un Samurai, uno studente di un Ryū di Spada (o altre armi) dei miei tempi, non un elemento di punta, proprio un mediocre o uno poco portato, avrebbe facilmente la meglio su un adepto, anche bravissimo, d’oggidì.
Certo, oggi non c’è la necessità e l’occasione della battaglia, il caso improvviso di una sfida o di un duello. La pratica ha altri fini, in definitiva. Ma, come stiamo dicendo, se non c’è almeno un certo quantitativo di reale efficacia, tutto il processo è “baka”. Falso, inutile.
IO: Il secondo elemento che mi fece riconsiderare tutta la pratica fu lo studio sul Wakizashi/Kodachi, la spada corta che accompagnava nell’Obi la Katana. Fu una situazione che affrontammo nel Katayama Ryū e di riflesso, in quanto collegato, nell’Hōki Ryū. Così ci procurammo anche repliche in legno e in metallo delle spade corte, le collocammo nell’Hakama. Il risultato era che la tecnica di Iai si modificava. Gli stessi Kata di Iai, di tutte le scuole, adesso offrivano altre chiavi di interessante lettura. Anche qui mi fu naturale trasportare quanto imparavo nello Yōseikan Budō.
La maggior parte dei Kata di Iai che si vedono oggi, Yōseikan, Seitei, Musō Shinden, non sarebbero possibili nel modo in cui le fanno. È un addestramento incompleto senza collocare anche il Wakizashi.
DONN: Credo che, fondamentalmente sia un intreccio di poca conoscenza unito a un certo quantitativo di pigrizia. È ignoranza anche sconoscere le dualità dei Kata storici e il ruolo del Kodachi.
IO: Il terzo elemento fu lo studio del particolare Jū Jutsu del Katayama Ryū, che prevede che tu e il tuo avversario siate entrambi armati con le due spade. Per cui le azioni di Atemi, di leve e proiezioni, quelle d’arma seguono dei modelli assolutamente non usuali almeno da chi pratica il Jū Jutsu moderno e raccogliticcio contemporaneo. Queste serie di tecniche di Jū Jutsu mostrano in modo chiaro come si viveva ed agiva con le Spade indossate. Inoltre addestrano il praticante a vestire e gestire le due spade nello spazio e nella normale situazione della presenza di oggetti, ostacoli, folla e altro. La coscienza che si acquisisce porta poi la pratica con le armi, con la spada, in una luce nuova di consapevolezza.


KANŌ SENSEI: Ricordo bene questo particolare nei miei primi studi con le Koryū. L’editto Haitōrei [廃刀令] del 1876, che proibiva di portare le spade in pubblico, reindirizzò la pratica nelle scuole marziali orientandole nelle tecniche a mani nude. Prima la capacità di gestire una persona armata di spada era fondamentale. Poi, ad un tratto, non più. Nel mio Jūdō, nel Kata di Atemi e tecniche contro armi, il Kime no Kata, mantenni due tecniche contro spada perché esprimevano un principio di “Decisione” che era il tema. Ma penso che quanto tu dici, Adriano san, costituisca un esempio di Keiko, di addestramento, molto importante per chi studia la spada.
TAKEZO: Occorre ricordare che, se le Due Spade erano riservate ai Samurai, bande cittadine, gruppi mafiosi e altre persone usavano e brandivano delle lame poco più corte, coltellacci, oggetti da lavoro taglienti. L’abilità di contrastarle era fondamentale.
IO: Attraverso le tre Koryū che studio ho ridefinito tutto lo Iai, il modo di essere ed eseguire, la stessa interazione uomo arma e l’insegnamento che ne deriva.
Il Katori Shintō Ryū presenta la persona di un uomo armato pronto al conflitto, che agisce con una forza radicale, definitiva. Esprime potenza e una decisione senza dubbi. Poi, secondo la situazione e l’adepto, può agire in un modo più mitigato e sciogliere il conflitto senza versare sangue. Ma la “minaccia”, il “Sakki”, aleggia in modo assolutamente concreto.
DONN: Penso che hai definito bene lo Spirito. Diverse tecniche del Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū oltre l’uso militare hanno anche una funzione sciamanica, perché sono in grado di purificare uomini ed ambienti caduti sotto una forma di possessione. Per agire contro le entità aggressive occorre una grande potenza spirituale da parte dell’esecutore e una sicura potenza nell’azione, nelle tecniche.
IO: Grazie Donn san.
Diverso è il carattere del Katayama Ryū. Chiariamo bene: la struttura, la “montagna” è simile, solidale. Ma il “fiume” è diverso. La pratica del Katayama e anche dell’Hōki Ryū che ne discende a volte mi fa pensare ad una persona che, provocata, tira uno schiaffo all’altro e poi gli dice “la finisci?” Solo dopo, se la provocazione-aggressione continua, esegue azioni più potenti fino alla definitiva. La preoccupazione di “anticipare il conflitto e spegnerlo” attraverso i principi che reggono il Waza è continua. Questa scuola appartiene allo scenario “civile” della fine del Sengoku e del periodo Edo, che è diverso da quello del Katori Shintō Ryū. Alcuni punti introducono concetti che Kanō sensei voleva uscissero dal Kobudō Kenkyukai e sono ben rappresentati nello Yōseikan Budō. Non smetterò mai di ricordare che, se la “la spada non taglia”, se la tecnica non è “hitogiri”, tutto è una vanteria inutile.
Così lo studio della spada deve contenere primariamente l’abilità di “tagliare”, che è una cosa diversa da dare una bastonata. Molte scuole, anche antiche, non prestano attenzione a questo fatto e, così, l’azione è falsa. Inficia tutto e le abilità che si potrebbero ricavare risultano viziate.
Alcuni dicono che oggi non si usa più la spada, dunque non serve. Ma, come appena detto, è sbagliato perché l’insegnamento si basa sulla “misura”, sul “tempo” che impiega l’arma per effettuare un movimento, ampio o piccolo, necessario per il taglio. Raggiunta questa abilità si può espandere lo studio su altri soggetti d’arma e le mani nude.
È un po’ come l’ignorante contestazione al Latino e al Greco nella scuola odierna. È una visione immatura e superficiale di queste materie più una concezione infantile del concetto di “utilità”. A parte la cultura contenuta nella letteratura, immensa, lo studio di queste lingue fa maturare una mentalità analitica e ricca che altre materie, altre lingue moderne non hanno.
GIACOMO: Il porto della spada e più tardi dell’arma da fuoco da parte dei gentiluomini rappresentava sempre due loro doveri e caratteristiche: proteggere se stessi e chi era a loro vicino contro attacchi violenti, ingiusti e proditori; agire per amore di giustizia a sostenere i deboli e chi veniva attaccato da molti. La perdita quasi generale della “nobiltà di spirito”, del coraggio, la pretesa dello stato di essere l’unico garante ed agente nella scena sociale ha mutato più o meno ovunque lo scenario d’azione.
Nelle famiglie e nelle scuole di scherma, nell’educazione militare (quando l’esercito era un passaggio di realizzazione personale), l’uso dell’arma era accompagnato da una corretta educazione del giovane. La “nobiltà” era l’assunzione del retto agire, della magnanimità, del servizio e del sacrificio.
Quello che vedo oggi da parte di certi politici e giudici è quasi una protezione preferenziale di chi delinque, una strisciante pretesa che l’azione malvagia sia in realtà un riequilibrio della ingiustizia sociale che, comunque, non dipende e non può ricadere sul singolo oltraggiato.
BILL: Negli ampi territori dell’Ovest americano necessariamente dovevi far principalmente conto su te stesso. Oggi è abbastanza simile. Il gigantismo dei centri abitati dà dei problemi simili. Occorre capire che ci vuole responsabilità da parte di chi cerca di stare all’interno delle norme civili e sociali. Da una parte lo stato deve rendersi conto che non può arrivare dappertutto. Anche se alzasse i controlli oltre certi livelli, attuerebbe una sorveglianza che andrebbe a ledere i principi di libertà individuale. La libertà è importante, va preservata!
Così lo stato deve, in un qualche modo, lasciare una certa libertà di azione ai cittadini, com’era ai miei tempi. Allora si improvvisava, oggi si potrebbe ben fare un addestramento civile e dare responsabilità al cittadino, coordinarlo.
IO: L’argomento è ampio. Per ora ritorniamo alla pratica marziale con le armi. Trovo che le mie esperienze diano un contributo:
- l’uso e del maneggio delle armi da fuoco lunghe e corte per le specialità di tiro lento o dinamico;
- la pratica di tameshigiri con uno Shinken è importante. Si tratta praticamente del sistema che Nakamura sensei sosteneva come corretto studio didattico [comprendere nell’allenamento Kata e studio del Kata, prove di forza/efficacia – non necessariamente “rompere cose” per le tecniche a mani nude – Randori] che poi corrisponde a quanto propugnava Kanō sensei.
L’arma reale ti dà l’impressione immediata della letalità. È importante, altrimenti coscientemente o senza accorgetene, non fai altro che giocare. L’arma da fuoco è molto persuasiva quando la usi. Il tiro dinamico, similmente al porto delle due spade in diversi tipi di azione e di scenario, ti fa muovere in modo veloce e con coordinazioni, azioni repentine portando l’arma in mano o in fondina con vari caricatori, cambiando i caricatori in modo coordinato e rapido durante l’azione e costringendoti a immediate decisioni tattiche man mano che spari su uno scenario. Mi spiace solo che ancora non sono riuscito a fare quelle gare miste, dove si spara con armi lunghe a distanza o con Shotgun e pistole con bersagli più ravvicinati. Sarebbe bello anche poter concludere qualche scenario con dei tagli con la spada e lancio di coltelli…
KANO SENSEI: È quello che avevo capito e che volevo fare: l’allenamento con le armi dà una profondità maggiore ed amplia la piattaforma di studio dando delle risposte che NON PUOI trovare nella semplice pratica a mani nude ma che PUOI, dopo, riportare a queste.
IO: Penso che abbiamo dato una certa panoramica. Voglio riassumere:
- la pratica con le armi è importante, fondamentale per avere una istruzione completa, una tecnica “metafisica” e un miglior percorso sul Dō;
- la pratica deve essere fatta con molto impegno, allenandosi bene e in progressione, rischiando in scenari reali;
- una pratica falsa, con eccessi di precauzioni, con movimenti solo coreografici o vuoti, non serve, anzi è dannosa.
Ci sono ancora un po’ di crocché e del vino per farci un ultimo giro… Volete favorire?
[nota per i lettori: Giacomo è un mio “spirito guida”. Fu una antica divinità indo-europea dei confini tra le terre e le acque oceaniche, poi si reincarnò molte volte come Apostolo, uccisore di mori, come re conquistatore, capitano di ventura, uomo di mondo, spadaccino e letterato, fine poeta e filosofo, scienziato, pittore, compositore lirico e altro ancora]
[nota due: le parole “dette” da Jigorō Kanō sensei, da Donn F. Draeger e da Takezo/Musashi sono estratte da loro testi e interviste, quelle di “Giacomo” sono un esempio di “scrittura automatica”]

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