Viaggio in Giappone 2024 - Un Giorno di Pellegrinaggio nello Shintō con Wada sensei

 

Un pellegrinaggio nello Shintō con Wada sensei

 

In questo nostro viaggio in Giappone era previsto di passare il primo periodo del soggiorno a Kyōto. Dato che il Maestro Yuji Wada, nostro riferimento per la scuola Katayama Ryū abita nella vicina Ōsaka, lo avevo contattato per informarlo del nostro viaggio e chiedergli se c’era la possibilità di vederci.

Wada sensei, persona squisita di grande cultura e cortesia, ci aveva proposto di guidarci in una visita-pellegrinaggio per alcuni posti antichi dell’antico Yamato.

[“Yamato” è la terra che costituisce il “cuore” del Giappone ancestrale. Le antiche capitali di Kashihara, Asuka, Sakurai, e Nara si trovavano in quest’ampia pianura]

La visita è stata progettata da Wada sensei con grandissima cura, essendosi informato con me su cosa desiderassimo vedere. Io, conoscendo la sua passione nel girare per gli storici ed importanti santuari Shintō e buddhisti, oppure i grandi tumuli Kofun dei tempi ancestrali, gli avevo chiesto se fosse possibile avvicinarsi a queste strutture in modo da capire, comprendere meglio la spiritualità del popolo giapponese e i significati profondi della sua religione.

Il maestro ha sfruttato in modo veramente fantastico la precisione dei mezzi pubblici giapponesi, nonché la loro comodità, per disegnarci un affascinante pellegrinaggio attraverso questa pianura. E qui devo affermare che la efficienza del trasporto pubblico mi pare un fattore di civiltà e rispetto che dovrebbe essere un punto d’onore di ogni popolo e paese. Il rispetto sociale e l’orgoglio per il proprio lavoro è il cardine di questa efficienza. Finché la maleducazione, la svogliatezza, l’idea che il lavoro sia, al massimo, una ingrata incombenza necessaria solo per il sostentamento, condizioneranno la nostra società, è assai difficile che ci potrà essere un mondo migliore. O, nel nostro caso, un’Italia migliore.

Così, in una giornata con un tempo a tratti un po’ uggioso (forse unica pecca della giornata… ma in fondo molto “mono no aware”…), con precisione “nipponica” ci siamo incontrati alla stazione Kintetsu di Nara. Arrivando, siamo passati col treno accanto degli scavi dell’antico palazzo imperiale. Doveva essere un complesso assai vasto e articolato, dal treno si vedevano colonnati che formavano chiostri o ampi cortili, varie aule, un grande spazio.

Riunitici, fatti saluti e presentazioni tra chi del nostro gruppo non conosceva il maestro, siamo partiti verso il grande parco del Kasuga Taisha, appena fuori, ad oriente, dell’abitato. Nel fare questo tragitto abbiamo attraversato il tempio buddista del Kōfuku-ji, già patronato dei Fuijiwara, ricco di pagode e monumentali edifici. Già qui l’incontro con i cervi che popolano questa zona. Si tratta di esemplari totalmente abituati all’uomo, a cui si avvicinano anche con una certa petulanza, per ricevere biscotti o altri dolci. Praticamente pensate di avere a che fare con piccioni tipo piazza San Marco pesanti diverse decine di chili. Molti sono “cortesi”, si inchinano quando gli dai il biscotto, altri sono sfrontati e ti strattonano mordicchiando un lembo del vestito se non li accontenti. Altri ancora possono essere anche aggressivi, per cui occorre tenere una certa accortezza nell’avvicinarli o nel farsi avvicinare.

[a sinistra, la mappa del parco del Kasuga Taisha]

Sono una visione comunque rilassante, ti aiuta ad “entrare in armonia”, che è un punto centrale nella visione Shintō del Mondo.

Il cervo è un “messaggero” di uno dei Kami che sono oggetto di culto al Kasuga Taisha. Questo collegamento tra la divinità e un animale totemico era molto diffuso anche da noi, nelle antiche culture italiche pagane. Pensate ai molossi di Adrano e alle colombe di Venere Ericina, per esempio. In Giappone ci sono ancora moltissimi casi, come il cervo a Nara, la volpe al Fushimi Inari, poi corvi, gatti, cani, cavalli, galli, cinghiali e altro. Secondo il mito, i Nakatomi-Fujiwara, che affiancavano l’imperatore al vertice del culto Shintō, “invocarono due divinità dell’Est, del Kantō, Futsu-nushi no Mikoto e Takemikazushi no Mikoto, invitandoli ad insediarsi “anche” in questo santuario che loro avevano costruito presso Nara nel 768 dC. Il dio Takemikazushi no Mikoto scese a Nara cavalcando un cervo bianco, che divenne capostipite di quelli che oggi popolano la zona. Il Dio si insediò sul monte Mikasa, sulle cui pendici sorge il santuario, il monte è sacro ed è oggetto di particolari pellegrinaggi in alcuni periodi dell’anno. Il parco che circonda il santuario comprende il monte e possiede l’estensione di 250 ettari, custodisce numerose essenze arboree e vegetali, diverse pregiate, molti animali, uccelli ed insetti. È un’oasi dove è proibita la caccia già dal IX secolo.



[sopra a sinistra, una stampa dei Laghetti dei Palici e della Rocca di Palike, a destra la Rocca di Cerere a Enna]

Per cui, usciti dal Kofuku-ji ed attraversata una strada, davanti a noi iniziava il parco, con un grande Torii che segnalava l’inizio del “territorio del Dio”, che iniziava il “sacro”.

Il maestro Wada ci segnalava come compiere il giusto gesto di rispetto prima di varcare la soglia del Torii e come varcarla. Questo senso del riconoscere un territorio come particolare e sacro era anche da noi, e posso citare i laghetti gemelli dei Palici presso Mineo, o la Rocca di Cerere ad Enna o, qui a Palermo, la grotta oggi di Santa Rosalia al Monte Pellegrino  e degli altri punti che non dettaglierò. Allargando il panorama ricordo il lago e la foresta di Nemi nel Lazio, il “Fanum Voltumniae” per gli etruschi, la sorgente di Lourdes per gli antichi baschi, la foresta di Brocelandia e altri posti.

Nei testi sulla Tavola Rotonda e del Ciclo del Santo Graal si trovano rappresentati dei luoghi e dei territori con caratteristiche simili. Una delle “perdite” dell’Occidente è questa incapacità del “riconoscimento del sacro” nei luoghi e il rispetto, il culto che ne discende. Anche nell’attenzione che alcuni, non tutti, hanno verso la natura, manca l’aspetto fondamentale di questo riconoscere e di come far “accordare” la propria essenza con quella sovra materiale della Natura, dove si sente la presenza del Divino che travalica il soggettivo e le dimensioni.

L’attuale spinta verso il materialismo nuoce alla salute dell’essere umano, rovina le Cose, deteriora la società creando contrapposizioni al suo interno e ponendola come “avversaria” al nostro stesso mondo e alla vita che lo popola. Vita che è intessuta in tutte le cose, anche quello che noi definiamo “materia bruta” per la nostra attuale pessima capacità di “comprendere e sentire”. La disarmonia uccide e fa morire male, fuori e dentro.

Io penso che una delle caratteristiche principali delle Arti Marziali, Jutsu e Dō, sia quello di riaccordare l’uomo vivente con il Mondo vivente e fargli rendere conto dell’esistenza e vastità del sacro.

Abbiamo camminato per il parco, un bellissimo giardino e foresta, con i molti suoni degli uccelli, rigagnoli, laghetti, i ciliegi fioriti e i glicini vicini alla loro esplosiva fioritura. Per inciso, alcuni glicini sono vecchi di otto secoli e più.

[sopra a destra la statua per il "Messagero del Dio", a sinistra i cervi e il secondo Torii; sotto foto del parco]



Poi siamo arrivati al Santuario, circondato da centinaia di lanterne di pietra mentre intorno nei porticati e dentro il recinto, ci sono altre centinaia di lanterne di metallo e vetro.

Il Santuario Kasuga è un ottimo esempio per illustrare alcune caratteristiche della religiosità Shintō: vi sono adorate/venerate quattro divinità: Ame no Koyane (antenato e nume protettore dei Nakatomi/Fujiwara), Himegami (dea ancestrale della zona), Futsunushi no Mikoto (Dio della Spada e del Vento) e Takemikazuchi no Mikoto (Dio della Guerra e protettore contro i terremoti). Infatti, nel recinto interno del santuario ci sono quattro santuari affiancati, uno per divinità. Non c’è competizione, né esclusività, né ordine di importanza fra le quattro divinità e, secondo il culto shintōista, a loro volta formano un’unica entità, la divinità Kasuga Daimyōjin.

Lascio alle foto la visione del santuario e dei suoi spazi. Basti dire che, nonostante la giornata di folla, la “percezione” di vari aspetti ed energie è stata molto sensibile. Certi spazi di spingono alla riflessione interiore, alla percezione del Grande Tutto, alla meditazione o semplicemente alla contemplazione, che calma gli incessanti moti dell’animo e armonizza con l’ambiente che circonda.






Nel culto dei Kami dello Shintō un’altra apparente singolarità è che ogni divinità ha dei diversi “aspetti” e ogni aspetto è insediato in un diverso santuario. L’aspetto maggiore e benevole risiede nel santuario principale ma accostarsi ai vari singoli “aspetti” può essere importante in determinate occasioni o, ancora, fare il giro completo dimostra una cultualità più profonda, molto impegnativa.

Nel caso del Kasuga Taisha un santuario ausiliario al di fuori del recinto del principale è il Wakamiya, dedicato al Kami Ame no Oshikumono no mikoto, discendente da Ame no Koyane e Himegami, rappresentante dei loro aspetti cupi e vendicativi. Inoltre, qui si venerano gli spiriti dei morti alla cui venerazione e armonizzazione è dedicato uno dei festival o matsuri del Kasuga Taisha (splendidi e suggestivi, con le lanterne illuminate nella notte oscura), il Wakamiya Matsuri.

Vicino, il santuario Hongu, quasi celato al frettoloso pubblico dei turisti, mostra uno degli aspetti ancestrali e suggestivi dello Shintō: qui vi è solo il Torii, dietro il quale la selva primordiale e il monte, che sono essi stessi Kami.


Il Santuario Hongu


Siamo estremamente grati al maestro per averci mostrato queste sfumature, importanti perché sono i particolari che perfezionano il Soggetto.

Ma ancora dovevamo andare ancora più a fondo nello Shintō, il pellegrinaggio continuava verso il Cuore, lo Shin o Kokoro ().

Dopo un rapido e sapido pasto presso un ristorante specialuzzato in Udon alla stazione di Nara, sempre con il treno della linea Kintetsu ci siamo spostati nella cittadina di Kashihara, ad una ventina di chilometri a sud di Nara, antica sede della prima capitale di Jinmu Tenno, il primo imperatore (nato nel 771 aC., regnante dal 660 a.C. al 585 a.C., data della sua morte).

Lì abbiamo visitato il Kashihara Jingū, santuario costruito là dove si ritiene fosse l’antico palazzo imperiale. Lì era oggetto di culto il monte Unebiyama, che ne sorgeva alle spalle e dove si trova il tumulo-kofun dove è sepolto il primo imperatore. Questo santuario è relativamente recente, costruito nel 1890, ma eredita una tradizione millenaria.


Il Santuario di Kashihara dedicato a Jinmu Tenno, il Primo Imperatore, con la Montagna sacra e il Tumulo]


Jinmu Tenno (神武天皇 - immagine a destra) è un personaggio assai importante nel mondo delle Arti Marziali giapponesi, in quanto guerriero capace di vincere senza versare sangue, possessore delle Spade Divine Kusanagi no Tsurugi e Futsunushi no Mitama. Insieme al Kami/Bodhisattva Atago Gongen/Shōgun Jizō, il cui culto è sul monte Atago presso Kyōto, è nume tutelare del Katayama Ryū.

Usciti dalla stazione la cittadina di Kashihara, rispetto a Nara abbiamo notato che non vi era alcuna folla, anzi avevamo l’impressione di essere soli, di procedere come in un racconto distopico, fuori dal tempo. L’approccio ai viali dell’Omote Sando, la via principale d’accesso dei Santuari Shintō, scandita da progressivi portali Torii, avveniva in una atmosfera carica di una particolare sensazione di spiritualità e mistero.


[a destra il   cancello d'ingresso]

Entrati nella grande prima corte del Santuario siamo stati ancora colpiti, appunto, dall’atmosfera, dall’aria speciale che “si respirava”. Anche qui lascio alle foto il compito di trasmettere sensazioni e idee.

Wada sensei aveva progettato una “visita formale” per noi. Abbiamo partecipato ad una cerimonia religiosa Shintō molto trascinante e suggestiva nella sua semplicità potente. Non la descrivo. Sappiate che siamo stati tutti colpiti e abbiamo respirato una comunione col divino assai profonda.




È stato coinvolgente anche lo spirito con cui i religiosi del santuario ci hanno accompagnato durante la cerimonia e il loro piacere che degli occidentali manifestassero attenzione e comprensione verso il loro culto.

La visita è stata completata recandoci presso il tumulo del Primo Imperatore. Nella loro semplice ma imponente massa, questi tumuli esercitano una arcana suggestione, sembra quasi di sentire l’occhio degli spiriti guardiani e lontano ma presente, lo sguardo sapiente del monarca.




Tornati alla stazione di Kashihara, aspettando i rispettivi treni, ci siamo salutati con il maestro Wada con il classico brindisi a birrazze accompagnate da Takoyaki.












È stata, ripeto ancora ma non sarà mai abbastanza, un’esperienza unica che ha aperto (io già avevo degli studi, alcune conoscenze, e delle sensazioni precedenti, ne sono uscito ancora più “convinto”) a tutti noi delle possibilità.

Wada sensei ha mostrato in modo concreto l’attuazione del principio del “Bun-Bu” (文武Cultura e Virtù Guerriere) e l’importanza di “entrare” nella Cultura per capire e adoperare, vivere al meglio un’Arte.

 

Mi piacerebbe molto poter mostrare al maestro Wada, in una sua futura venuta in Italia per la pratica marziale, la nostra cultura e la religiosità ancestrale, oltre il suo rapporto con quella poi venuta dal’Oriente, e quanto rimane oggi.

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